Il frutto proibito: test su 20 campioni di fragole

Buona e maledetta. La fragola è uno dei frutti più amati dai consumatori ma vanta anche il triste primato di essere quello più contaminato da pesticidi: dagli Stati Uniti all’Europa risulta sempre in testa alle classifiche dei prodotti ortofrutticoli più trattati chimicamente. Non solo: secondo il rapporto Stop Pesticidi 2019 di Legambiente è il frutto con il numero più alto di residui (fino a 9 principi attivi contemporaneamente) in Italia e tra quelli che fanno registrare più sforamenti rispetto ai limiti di legge sulle concentrazioni di fitofarmaci.

Pesticidi vietati, sopra la norma e molto sospetti

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Criticità confermate dai risultati delle nostre analisi pubblicate nel nuovo numero del Salvagente in edicola (e in digitale: acquista qui): abbiamo portato in laboratorio 20 campioni di fragole e in due casi abbiamo riscontrato delle positività (la presenza di un insetticida, il flonicamid, non autorizzato per questa coltura in due campioni, e il superamento del limite di legge per l’impiego dello spinosad in un prodotto) e diverse sono state le presenze sgradite, seppur ammesse dalla normativa, rilevate dai nostri radar: in due occasioni le analisi hanno accertato la presenza di ethirimol ma non in quanto principio attivo – messo al bando in Europa – ma come metabolita di una molecola consentita dalla legge, il bupirimate.

Una presenza sgradita che non poteva non influire negativamente sul giudizio finale. Così come la concentrazione, seppur in tracce, dell’imidacloprid, un insetticida neonicotinoide, responsabile della morte delle api, vietato dal 2018 nella Ue nelle colture in campo ma ancora autorizzato, fino al 2022, per le coltivazioni in serra: lo abbiamo riscontrato in un solo campione e ne ha pregiudicato la valutazione.

Produzione “spinta”: in serra con tanti trattamenti

Non da ultimo dobbiamo evidenziare un multiresiduo molto accentuato riscontrato su una serie di prodotti testati: in 6 campioni registriamo la presenza contemporanea da 6 fino a 9 molecole diverse, segno che la fragola resta una coltura, prevalentemente di serra, sottoposta a molti trattamenti.
Il motivo? Prettamente economico, come spiegano gli esperti che abbiamo intervistato nel lungo servizio di copertina del nuovo numero del Salvagente. La fragola garantisce un buon margine economico per chi la coltiva e questo spinge la produzione al limite del possibile attraverso l’impiego, spesso anche forzato, di fertilizzanti, fitofarmaci e acqua.

Troppa acqua? Diminuisce la qualità

Il miglioramento genetico degli ultimi anni poi ha consentito di avere varietà tali da poter allungare la stagione di raccolta per quasi tutto l’arco dell’anno. E le conseguenze di questa coltivazione intensiva le ritroviamo tutte sul prodotto finale: oltre ai pesticidi, la presenza, seppur in tracce, rilevata dalle nostra analisi di arsenico, cadmio e piombo sulla stragrande maggioranza dei prodotti testati, mette nel mirino i concimi e l’acqua utilizzata. L’eccesso d’acqua poi influisce sulla qualità del frutto stesso. Se da un lato è vero che la fragola è costituita in massima parte di acqua, l’irrigazione eccessiva, come ci spiegano gli esperti che abbiamo interpellato, produce meno resistenza ai patogeni – e quindi impone l’impiego maggiore di insetticidi – e una minore shelf life, ovvero una durata commerciale ridotta rispetto a frutti meno “innaffiati”. Non dobbiamo dimenticare che già di per sé per il 90,5% la fragola è costituita da acqua ma un frutto che ha “bevuto” troppa acqua in campo risulterà avere una colorazione interna che vira troppo sul bianco e sicuramente un sapore meno autentico.
Come possiamo tutelarci per ridurre le tracce dei tanti trattamenti che “minacciano” la fragola visto che si mangiano intere e non si sbucciano? Lavarle bene, magari con il bicarbonato, stando però attenti a non stressarle troppo perché, non avendo buccia, sono frutti che hanno poche difese fisiche e perdono facilmente il valore salutistico.

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