Etichetta di origine della pasta: quanto durerà?

“I pastai italiani sono pronti: ci siamo già adeguati, arrivando anche in anticipo rispetto alla data prevista, tanto che pacchi di pasta con la nuova etichetta sono già presenti in scaffale da alcune settimane”. Riccardo Felicetti, presidente dei pastai di AIDEPI (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta) non fa di certo salti di gioia per festeggiare l’esordio, avvenuto ieri, della dichiarazione obbligatoria dell’origine del grano per la pasta. Dopo i ricorsi al Tar – persi –  e quelli a Bruxelles, attraverso FoodDrinkEurope, l’associazione dei produttori alimentari europei che ha presentato un reclamo formale contro la decisione del governo italiano, Felicetti fa buona faccia a cattivo gioco. “Da questo momento in avanti – continua Felicetti – i consumatori avranno modo di verificare che dietro ottime marche di pasta a volte ci sono semole ricavate da grani duri italiani e altre volte, invece, semole che utilizzano anche ottimi grani duri stranieri. Perché la qualità non conosce frontiere. Non bisogna infatti confondere l’origine con la qualità del prodotto: tutto il grano che utilizziamo per la pasta italiana, per bontà, sicurezza e tracciabilità, è il migliore del mondo.”

Come leggere l’etichetta

Secondo quanto previsto dal decreto le confezioni di pasta secca made in Italy dovranno avere obbligatoriamente indicato in etichetta il nome del Paese nel quale il grano viene coltivato e quello di molitura; se proviene o è stato molito in più paesi possono essere utilizzate, a seconda dei casi, le seguenti diciture: paesi UE, paesi NON UE, paesi UE E NON UE. Inoltre, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come a esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura: “Italia e altri Paesi UE e/o non UE”.

Trasparenza a termine?

Il presidente di Aidepi, però, non molla: “Purtroppo, come temevamo, questa etichetta sarà presto superata dal Regolamento UE sull’origine degli alimenti, che arriverà questa estate e cambierà nuovamente le carte in tavola” spiega Felicetti. Il purtroppo più che per lo stop alla dichiarazione di origine sembra legato al fatto che “Noi pastai saremmo costretti a riadeguare nuovamente l’etichetta e il consumatore troverà questa informazione scritta in un modo differente.”

Secondo AIDEPI, la sola indicazione in etichetta dell’origine del grano non basta. Conclude Felicetti “Per incrementare la disponibilità di grano duro nazionale di qualità e prodotto in modo sostenibile in linea con le esigenze dell’industria molitoria e della pasta la strada giusta sono infatti i contratti di filiera, che diversi protagonisti del mondo grano-pasta hanno già intrapreso: in questo modo si garantisce ai pastai un grano adeguato e agli agricoltori un reddito certo, commisurato all’impegno profuso e alle specifiche condizioni ambientali e climatiche, garantendo al contempo una protezione dalle fluttuazioni del mercato”.

Il Canada paga l’abuso di glifosato

Peccato che al momento la realtà sia meno rosea, almeno a prestare fede ai dati della Borsa merci telematica italiana. La debolezza dei prezzi degli ultimi mesi del grano duro (quello usato per la pasta) avrebbero spinto i produttori ad un incremento delle superfici dedicate al grano tenero (per la panificazione) in Italia nel 2018.

Un dato che potrebbe dare nuovo impulso alle importazioni dall’estero, calate drasticamente del 10%  su base annua. Un risultato che si spiega con la drastica riduzione degli acquisti effettuati fuori dai confini comunitari (Canada in primis) osservata a dicembre e gennaio. Proprio dal Canada, giova ricordarlo, viene il grano sospetto di contenere i residui più alti di glifosato, il pesticida utilizzato anche poco prima della raccolta del grano per favorire l’essiccamento.