End Waste, dalla discarica alla padella: nei guai un’azienda già “nota”

Tonnellate di rifiuti tossici spediti dall’Italia all’Asia dove venivano utilizzati per la fabbricazione di padelle e sportelli d’auto. Motori di treni, compressori di frigoriferi e altri materiali contaminati da Pcb, venivano trattati da due aziende italiane, la Tmr di Castiglione in Teverina (Viterbo) e la Alluminio Frantumati di Orvieto, che ne certificavano l’avvenuta bonifica attraverso documentazioni false. L’operazione, denominata “End of Waste”, ha portato ad arresti e sequestri tra Lazio, Umbria e Toscana, per un giro d’affari che raggiungerebbe i 46 milioni di euro l’anno.

Un rischio per l’ambiente e la salute

I rifiuti aggiravano così le più stringenti normative europee e internazionali e venivano spediti in Asia per essere riutilizzati. Il tutto senza subire ulteriori lavorazioni  per l’eliminazione delle sostanze pericolose per l’ambiente e per la salute. Una sorta di “dumping ambientale” attraverso cui, approfittando del diverso grado di rigore tra le normative europee e quelle dei paesi di destinazione, rifiuti nocivi, sottoposti a semplice triturazione, venivano esportati come materiale recuperato “pronto forno”, cioè direttamente riutilizzabili per la produzioni di nuovi oggetti.

“Il mischiotto”

A scoprire il traffico, la Guardia costiera, nel corso di un’operazione coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma. L’inchiesta è partita all’inizio del 2016, quando, durante un controllo di routine, gli investigatori si sono imbattuti nella movimentazione sospetta di rifiuti via mare. I materiali contaminati, infatti,  venivano spediti via mare dai porti di Civitavecchia, Livorno, La Spezia, Genova e Ravenna e arrivavano in Cina, Corea, Pakistan e Indonesia.

Il meccanismo messo a punto era ben collaudato. Era stato inventato persino un trucco per frodare i controlli nel caso in cui qualcuno si fosse accorto di qualcosa: consisteva nella miscelazione dei materiali tossici a polveri non contaminare si abbassava la concentrazione di inquinanti. Nelle intercettazioni veniva chiamato “il mischiotto”.

Coinvolta un’azienda già “nota”

Sette le ordinanze di custodia emesse dal gip presso il tribunale di Roma, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. Spicca il ruolo di Paolo Trentavizi. L’azienda orvietana finita nell’inchiesta, la “Alluminio Frantumati”, è appunto la ex “Trentavizi”, che figura, con questo secondo nome, già nelle carte della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti del 1998. Presso il centro di stoccaggio Trentavizi – si legge nelle carte – giungevano sostanze con una tossicità così elevata che il titolare, per non detenerle in grosse quantità, ad un certo punto aveva cominciato a rifiutarne una parte. L’azienda favoriva all’epoca un meccanismo di continue nuove individuazioni di siti di smaltimento abusivo che interessava diverse parti del territorio nazionale.