Caregiver, per il governo la cura si misura in chilometri

Il provvedimento sui caregiver familiari arriva alla Camera, ma secondo Cittadinanzattiva lascia irrisolte diverse criticità. A preoccupare sono soprattutto i requisiti di accesso, il carico assistenziale e la complessità delle procedure, con il rischio di creare una “gerarchia della cura”

Il provvedimento sui caregiver familiari, approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso febbraio, è arrivato in aula alla Camera per l’approvazione definitiva, ma secondo Cittadinanzattiva non supera le principali criticità già evidenziate dall’associazione durante l’audizione dello scorso marzo davanti alla Commissione Affari sociali.
Il testo introduce alcune modifiche, ma lascia ancora aperti i nodi sui requisiti di accesso, sull’intensità del carico assistenziale e sulle procedure per ottenere il sostegno, con il rischio di creare una vera e propria “gerarchia della cura”. E la platea dei caregiver in Italia, come diffuso in occasione della Giornata europea dedicata a queste figure, conta oltre 12 milioni di persone, tra cui 4,4 milioni di familiari che convivono con la persona assistita.

Dalla distanza all’Isee sono almeno 4 i nodi da sciogliere

Tra le novità c’è l’aumento da 25 a 40 chilometri della distanza massima tra la residenza del caregiver e quella della persona assistita. Un correttivo che, secondo Cittadinanzattiva, non risolve il problema. “Quaranta chilometri restano un limite troppo vincolante che non tiene conto delle diverse realtà territoriali – sottolinea Isabella Mori, responsabile tutela di Cittadinanzattiva – La cura non può essere misurata in chilometri”.

Sale anche da 15.000 a 25.000 euro la soglia Isee per accedere al contributo economico. Ma, denuncia l’associazione, senza un aumento delle risorse stanziate l’ampliamento della platea rischia di tradursi in un sostegno più basso per ciascun beneficiario. Restano, inoltre, requisiti legati all’elevata intensità dell’assistenza e alla situazione economica della famiglia, che potrebbero concentrare la misura soprattutto sulle situazioni di maggiore fragilità economica.

Un altro punto critico riguarda la parentela e il requisito della maggiore età. Il provvedimento continua infatti a escludere i minori, lasciando senza riconoscimento i cosiddetti giovani caregiver: ragazzi e ragazze che possono assumere responsabilità di cura significative nei confronti di familiari malati o non autosufficienti.

Per Cittadinanzattiva sono dunque almeno quattro i nodi ancora da sciogliere: il vincolo della convivenza e della distanza, quello della parentela, le scarse tutele per i giovani caregiver e la subordinazione del sostegno economico a stringenti requisiti reddituali.

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A preoccupare è anche l’iter burocratico previsto per accedere alle misure, che rischia di aggiungere un ulteriore peso a persone e famiglie già sottoposte a un forte carico assistenziale. “Chi si prende cura degli altri deve poter contare su diritti, servizi e sostegni concreti”, è la posizione dell’associazione, che sostiene le mobilitazioni delle reti dei caregiver.

Il provvedimento arriva dunque in aula dopo un iter parlamentare che ha visto il confronto con associazioni e organizzazioni impegnate sul tema, ma il passaggio parlamentare non sembra aver risolto le principali questioni sollevate durante le audizioni. E proprio mentre proseguono le mobilitazioni dei caregiver, Cittadinanzattiva richiama l’attenzione anche sull’urgenza di ridurre l’isolamento sociale delle famiglie: il riconoscimento della funzione di cura, sottolinea l’associazione, non può limitarsi a un contributo economico, ma deve tradursi in servizi, tutele e misure concrete di sollievo.

Come si può migliorare il testo? Le richieste di Cittadinanzattiva

Quali modifiche ritenete indispensabili prima dell’approvazione del provvedimento per evitare che resti fuori una fetta importante di caregiver che svolgono un’assistenza significativa?

“Durante un’audizione al Parlamento a cui abbiamo partecipato lo scorso marzo abbiamo avanzato diverse proposte per migliorare il testo – sottolinea al Salvagente Isabella Mori – L’idea che proprio non va bene è quella che genera una sorta di classificazione dei caregiver come se ci fosse una graduatoria in chi svolge attività di cura. I criteri di assegnazione dei fondi rischia di rendere questo provvedimento una misura di povertà che non ha nulla a che vedere con il sostegno alla cura. Non condividiamo, ad esempio, il criterio degli orari che, attualmente, prevede un carico di lavoro troppo gravoso mentre noi crediamo che bisogna andare nella direzione opposta, trovando un modo per restituire maggior tempo libero a chi si occupa di altre persone e che spesso è costretto a tralasciare cose importanti della propria vita. Non condividiamo il limite dei chilometri di distanza che è troppo restrittivo; ad esempio, in una città come Roma è molto facile superare il limite dei 40 chilometri. E poi chiediamo che venga riconosciuto il cosiddetto “caregiver amicale” che non viene per nulla considerato mentre oggi è una figura molto presente, in un contesto sociale che vede sempre più spesso nuclei familiari unipersonali, che non possono contare su nessun familiare”.

Al di là del contributo economico, quali servizi e forme di sostegno ritenete necessari per ridurre il carico dei caregiver e l’isolamento delle famiglie?

“Si può lavorare sull’incremento dell’assistenza domiciliare, sullo slittamento nelle liste d’attesa (a parità d’urgenza), sul sostegno psicologico al caregiver, sull’estensione ai caregiver non conviventi di una serie di misure di agevolazioni sul lavoro, come lo smartworking, che al momento sono previste solo per i conviventi. Non è possibile, poi, che per accedere al sostegno sia previsto un iter burocratico lungo e complesso. Inoltre l’avvio della piattaforma Inps per presentare la domanda è prevista per l’inizio del 2027 ma non è detto che la tempistica non si allunghi ulteriormente. Ribadiamo che il riconoscimento del caregiver nel nostro paese non è più rimandabile, ma deve poggiare su basi di giustizia e dignità, non su logiche assistenzialiste di corto respiro. Il rischio concreto – conclude Mori – è che la norma, invece di sostenere, finisca per burocratizzare la fatica e cristallizzare l’esclusione”.