
Il rischio legato alle ondate di calore non è uguale per tutti. Età, reddito, zona di residenza e relazioni sociali fanno la differenza. Anche nella stessa città. L’Intervista a Marta Ellena, ricercatrice del Cmcc.
Luigi Pantisano è nato a Waiblingen, vicino Stoccarda, da una famiglia originaria di Cariati Marina, in Calabria. Da bambino viveva in cinquanta metri quadri con altri tre fratelli, e passava le giornate in strada, tra le auto, mentre i coetanei più benestanti si rinfrescavano nei giardini di casa. Oggi è architetto, urbanista, ed è stato appena eletto co-presidente di Die Linke, la sinistra tedesca. Alla giornalista Samuele Maccolini, che lo ha intervistato per VDnews all’inizio di luglio durante l’ultima ondata di calore, ha raccontato che quella infanzia gli ha insegnato presto una cosa: “Il caldo estremo non colpisce tutti allo stesso
modo”. Non è un’osservazione astratta. È un’equazione che si può leggere nelle temperature superficiali di qualsiasi città: i quartieri con meno alberi, meno verde privato e più auto registrano temperature più alte; chi vive lì, spesso, è anche chi ha meno risorse per difendersi. Chi invece può permettersi un’abitazione immersa nel verde non solo gode di un microclima più fresco, ma – osserva Pantisano – paga proprio per questo un prezzo dell’immobile più alto.
Per capire quanto questa dinamica sia misurabile, e non solo percepita, ne abbiamo parlato con Marta Ellena, ricercatrice della Fondazione Cmcc (Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici) che da anni studia la relazione fra caldo urbano e disuguaglianze sociali – a partire dalla sua ricerca di dottorato sulla città di Torino.
Dottoressa Ellena, nella divulgazione si tende spesso a usare “isola di calore urbana” e “caldo estremo” come sinonimi…
È un errore comune, e mi sembra importante chiarirlo. L’isola di calore urbana è un fenomeno strutturale delle città, presente indipendentemente dalla stagione, determinato dalle caratteristiche fisiche e morfologiche dell’ambiente urbano, dai materiali da costruzione e dalla ridotta presenza di vegetazione. D’estate, con le temperature elevate, tale fenomeno amplifica il disagio termico e quindi peggiora gli effetti sulla salute. Ma diversi studi dimostrano come d’inverno succede l’esatto contrario: l’isola di calore urbano può mitigare le temperature fredde, riducendo lo stress termico invernale sulla popolazione esposta. Ci sono diversi studi, ad esempio su Londra, Parigi, Lisbona, che lo dimostrano guardando alla stagione fredda. Quindi non è un fenomeno negativo in sé: il punto non è eliminarlo, ma governarlo, sapendo che d’estate la stessa caratteristica urbana che d’inverno ci protegge diventa un moltiplicatore di rischio.
Veniamo al cuore della sua ricerca: chi, dentro una città, paga il prezzo più alto del caldo estremo?
La mia ricerca sulla città di Torino è partita da uno studio tra i più estesi mai realizzati in un contesto urbano europeo pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Health: si tratta di una base dati lunga 37 anni, dal 1982 al 2018, che ha incrociato i registri di mortalità con lo stato socioeconomico di ogni singola persona deceduta. Lavorando a partire da questi dati, i numeri che ho analizzato raccontano una gerarchia precisa del rischio. Emerge, infatti, che le donne muoiono per il caldo con un rischio quasi doppio rispetto alla media – il rischio relativo che abbiamo registrato è 1,88, contro l’1,56 degli uomini – e il rischio cresce ulteriormente con l’età: sopra gli 85 anni siamo oltre il doppio, sia per le donne che per gli uomini. Il dato più interessante riguarda però l’intreccio fra genere, istruzione e isolamento sociale: per le donne il rischio è più alto proprio fra chi ha un titolo di studio basso. Per gli uomini invece il quadro è meno lineare: il rischio è alto sia fra chi ha un’istruzione bassa sia fra chi ne ha una alta, ed è un effetto che grazie all’esperienza del Centro sovrazonale della Asl To3 abbiamo legato alla storia delle migrazioni italiane verso Torino, che ha prodotto due tipi di svantaggio sociale distinti fra la popolazione maschile. C’è poi la solitudine: gli uomini vedovi e chi vive da solo hanno un rischio più alto rispetto ai coniugati; fra le donne, il rischio più alto riguarda invece chi è separata o divorziata. Insomma, il quadro che emerge dagli studi è che più una persona ha interazioni sociali, più bassa è il suo rischio relativo di mortalità da stress da calore.
Il rischio è cambiato nel tempo? E come si distribuisce dentro la città?
Gli studi successivi, grazie all’esperienza metodologica pluriennale dell’Istitut global de salud de Barcelona, sono stati condotti sulla stessa serie storica, e hanno restituito un quadro ancora più inquietante: la popolazione torinese non sembra essersi adattata al cambiamento climatico nel tempo (a differenza di quanto è emerso per quella spagnola). Anzi, in alcuni casi sembra essersi maladattata. Infine, un terzo filone di ricerca sviluppato sulla base del framework di rischio proposta dagli ultimi rapporti Ipcc, ha permesso di mappare il rischio a livello di singolo quartiere. Da questo sono emerse come più esposte le zone a più alta densità abitativa, tra le quali Mirafiori Nord, Mirafiori Sud, Barriera di Milano e Aurora, insieme al centro storico. Tutto questo è stato possibile solo grazie a un’infrastruttura di dati che a Torino esiste dagli anni Settanta, per intuizione dell’epidemiologo e professore universitario Giuseppe Costa, e che dal 2011 l’Istat ha esteso ad altre grandi città italiane. Questo per dire che laddove ci sono i dati è possibile studiare e laddove è possibile studiare è possibile capire dove c’è priorità di azione, per poi monitorare l’implementazione delle misure stesse. Senza questa base qualsiasi misura rischia di essere calata dall’alto, scollegata dai bisogni reali delle necessità di un quartiere.
Cosa manca, allora, perché la ricerca si traduca in politiche concrete?
In Italia si parla di caldo soprattutto d’estate, quando l’ondata in corso lo rende un’urgenza percepita. Ma le amministrazioni dovrebbero avere più lungimiranza, cioè quella capacità di mettere in campo oggi misure che daranno risultati in termini di lungo periodo, non giorni o mesi. È un tema che ha approfondito anche il progetto europeo Adaptation Agora, che ha messo a confronto quattro città – Malmö, Dresda, Roma e Saragozza – intervistandone gli amministratori e lavorando a stretto contatto con i rispettivi cittadini. Ne è emerso che a mancare, più che le idee, sono due cose molto concrete: la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e la certezza che i fondi per un piano di adattamento duraturo e monitorabile durino nel tempo. Curiosamente, a Roma e Saragozza il coinvolgimento dei cittadini ha una storia più lunga rispetto a Dresda e Malmö, ma è proprio in queste ultime due città – più giovani sul tema – che le misure risultano più efficaci, perché il coinvolgimento dei cittadini viene davvero integrato nei piani, e non solo dichiarato.











