
Uno studio svizzero rileva che tutti i 18 peluche analizzati rilasciano Pfas nella saliva artificiale. I composti a catena corta preoccupano, mentre il lavaggio riduce solo alcuni contaminanti e non garantisce sicurezza
I peluche destinati a neonati e bambini piccoli possono rilasciare Pfas quando vengono succhiati o masticati. È quanto emerge da uno studio condotto in Svizzera su 18 giocattoli acquistati sul mercato europeo. In tutti i campioni è stata rilevata la migrazione nella saliva artificiale di almeno una sostanza perfluoroalchilica, con una netta prevalenza dei composti a catena corta utilizzati sempre più spesso al posto dei Pfas “storici”.
I risultati, pubblicati il 21 luglio 2026 sul Journal of Exposure Science & Environmental Epidemiology, non indicano che ogni peluche rappresenti necessariamente un pericolo immediato. Per i quattro Pfas sottoposti al valore guida dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, infatti, le esposizioni stimate sono rimaste al di sotto della dose settimanale tollerabile.
La ricerca mette però in evidenza una via di esposizione finora poco considerata, quella legata all’abitudine dei bambini di portare alla bocca orsacchiotti, pupazzi e altri oggetti tessili. Solleva inoltre dubbi sulle sostanze fluorurate a catena corta, meno studiate ma più mobili e quindi più facilmente trasferibili dal tessuto alla saliva.
Il test su 18 peluche venduti in Europa
Il gruppo di ricerca, formato da scienziati dell’Università di Losanna, della Scuola di ingegneria e architettura di Friburgo e da esperti della Fédération romande des consommateurs, ha esaminato 18 peluche destinati a bambini da zero a tre anni.
I nomi commerciali e i marchi non sono stati pubblicati. I campioni sono stati indicati soltanto con numeri progressivi e sono stati scelti per rappresentare diversi modelli, tessuti e tipologie di prodotto disponibili sul mercato europeo.
Per ogni giocattolo gli studiosi hanno prelevato una porzione di 10 centimetri quadrati dalle parti che un bambino potrebbe più facilmente succhiare o mordere, come orecchie, ali, estremità e angoli.
Il tessuto è stato immerso per 30 minuti in saliva artificiale mantenuta a 37 gradi e sottoposta ad agitazione, in modo da riprodurre, almeno in laboratorio, il contatto prolungato con la bocca. Le sostanze migrate nel liquido sono state quindi misurate attraverso cromatografia liquida e spettrometria di massa.
Gli scienziati hanno cercato 24 diversi Pfas. La prova non ha misurato il fluoro organico totale né i Pfas polimerici, per cui la quantità complessiva di sostanze fluorurate presenti nei peluche potrebbe essere più elevata di quella rilevata.
Pfas rilevati in tutti i campioni
Il risultato principale è netto: tutti e 18 i peluche hanno rilasciato Pfas nella saliva artificiale.
Tra le 24 sostanze ricercate, numerosi composti sono stati trovati in oltre l’80% dei campioni. Il più diffuso è stato l’acido perfluoroesanoico, PFHxA, rilevato in tutti i giocattoli e caratterizzato anche dalle concentrazioni più variabili.
A dominare il profilo di contaminazione sono stati soprattutto gli acidi perfluoroalchilici a catena corta, come PFBA, PFPeA e PFHxA. Queste sostanze sono generalmente più solubili in acqua e mobili rispetto ai Pfas a catena lunga: caratteristiche che ne facilitano il trasferimento dal tessuto alla saliva.
Non tutti i peluche hanno contribuito allo stesso modo. Una parte consistente dei Pfas migrati proveniva da un numero limitato di prodotti, mentre altri rilasciavano quantità decisamente inferiori.
Lo studio, quindi, non permette di affermare che tutti i peluche sul mercato presentino lo stesso livello di contaminazione. Dimostra però che la migrazione può verificarsi in prodotti destinati proprio alla fascia di popolazione più vulnerabile.
I livelli dei quattro Pfas regolati restano sotto la soglia Efsa
Per valutare l’esposizione, gli autori hanno ipotizzato che un bambino di un anno, del peso di 9,5 chilogrammi, tenga il peluche in bocca complessivamente per circa 46 minuti al giorno. Hanno inoltre adottato l’ipotesi prudenziale che il 100% delle sostanze migrate venga assorbito dall’organismo.
Le dosi stimate di PFOA, PFOS, PFHxS e PFNA, i quattro Pfas per i quali l’Efsa ha stabilito una dose settimanale tollerabile di gruppo, sono rimaste al di sotto del valore di 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo alla settimana.
Questo dato porta gli studiosi a parlare di una preoccupazione limitata per i Pfas tradizionali nelle condizioni simulate. Non significa tuttavia che l’esposizione complessiva dei bambini sia trascurabile: il peluche rappresenta solo una delle possibili fonti, che si aggiunge ad alimenti, acqua, polvere domestica e altri prodotti di consumo.
La dose tollerabile dell’Efsa riguarda inoltre soltanto quattro sostanze, mentre lo studio ne ha cercate 24 e sul mercato possono essere presenti migliaia di composti fluorurati.
I dubbi sui Pfas a catena corta
Le maggiori incertezze riguardano proprio le sostanze utilizzate come alternative a Pfoa e Pfos. Per diversi Pfas a catena corta ed emergenti non esistono dati tossicologici e tossicocinetici sufficienti né valori guida specifici.
Per approfondire il possibile significato sanitario dei risultati, i ricercatori hanno utilizzato il “margine di esposizione”, un indicatore che confronta la dose stimata con quella alla quale negli studi non sono stati osservati effetti avversi.
Nella maggior parte dei casi il margine è risultato ampio. Per alcuni peluche, però, il valore complessivo è sceso sotto la soglia di 100 adottata dagli autori come riferimento prudenziale. A incidere maggiormente è stato ancora una volta il PFHxA.
Nel caso del PFHxA, inoltre, è stato necessario applicare valori tossicologici riferiti ad altri composti della stessa famiglia, proprio per la mancanza di dati specifici. Questo aumenta l’incertezza ma, secondo gli studiosi, conferma la necessità di studiare meglio le sostanze introdotte come sostitute dei Pfas vietati.
Lavare il peluche può aiutare, ma non sempre
I ricercatori hanno anche verificato se un lavaggio preliminare potesse ridurre il rilascio dei contaminanti.
La prova, però, non ha riprodotto un normale ciclo domestico completo: i pezzi di tessuto sono stati immersi per un’ora in acqua minerale a 30 gradi, senza detersivo, e agitati meccanicamente. Dopo l’asciugatura sono stati nuovamente sottoposti alla prova con saliva artificiale.
Per il PFHxA il trattamento ha ridotto la migrazione del 95-100% nella maggior parte dei campioni, mentre il PFOS è sceso sotto il limite di quantificazione in tutti i giocattoli. Anche per il PFHpA sono state osservate riduzioni consistenti.
L’effetto, tuttavia, non è stato uniforme. In alcuni prodotti il lavaggio ha aumentato la quantità di PFBA e PFPeA rilasciata nella saliva. In due campioni è cresciuta anche la somma complessiva dei Pfas migrati.
Una possibile spiegazione è che l’agitazione possa liberare sostanze già presenti nelle fibre o alterare trattamenti superficiali, rendendole più disponibili. Dopo il lavaggio, comunque, nessuno dei campioni ha mostrato un margine di esposizione inferiore a 100.
Cosa possono fare i genitori
In attesa di dati più ampi e di regole specifiche, è possibile adottare alcune precauzioni.
È preferibile evitare, soprattutto per i bambini che portano spesso gli oggetti alla bocca, peluche presentati come antimacchia, idrorepellenti, resistenti ai liquidi o particolarmente facili da pulire. Queste proprietà possono indicare l’impiego di trattamenti fluorurati, anche se la dicitura in etichetta non costituisce di per sé una prova della presenza di Pfas.
Si possono scegliere giocattoli con tessuti naturali e non trattati, verificando comunque le indicazioni di sicurezza e l’età di utilizzo. Un lavaggio prima dell’uso può ridurre alcune sostanze superficiali, ma lo studio mostra che non rappresenta una garanzia assoluta contro tutti i Pfas.
Nelle fasi in cui il bambino tende a mordere continuamente gli oggetti può essere utile offrire prodotti specificamente progettati per la dentizione, realizzati con materiali semplici e privi di trattamenti impermeabilizzanti o antimacchia.
La soluzione, tuttavia, non può essere affidata esclusivamente alle scelte delle famiglie. I ricercatori chiedono che l’esposizione derivante dalla suzione di prodotti tessili venga inserita nelle valutazioni di sicurezza e che siano raccolti più dati sui Pfas a catena corta.
Il problema evidenziato dallo studio è infatti più ampio: vietare una sostanza alla volta rischia di favorire la sostituzione con composti simili, meno conosciuti ma non necessariamente innocui. Per i prodotti destinati ai bambini, sostengono gli autori, servono controlli che prendano in considerazione l’intera classe dei Pfas e le condizioni reali in cui i giocattoli vengono utilizzati.






