Colombia, comunità vince contro Coca-Cola: freno allo sfruttamento idrico

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Secondo un reportage del Guardian, i residenti della comunità colombiana La Calera, dopo anni di battaglie, hanno ottenuto un taglio significativo della concessione idrica a una collegata della multinazionale, che lasciava a secco il territorio  

Un piccolo comune colombiano ha ottenuto una riduzione significativa della concessione idrica concessa a una sussidiaria di Coca-Cola Femsa, il più grande imbottigliatore Coca-Cola al mondo. È quanto riporta il Guardian in un reportage frutto di un’inchiesta sul campo a La Calera, municipio situato nei pressi di Bogotá, nel cuore del parco nazionale di Chingaza.

La decisione della Car: prelievo dimezzato e concessione ridotta a cinque anni

La notizia riguarda la decisione della Car (Corporación Autónoma Regional), l’ente locale colombiano che gestisce le concessioni idriche, di rinnovare ma ridurre drasticamente la licenza di Indega, controllata di Coca-Cola Femsa, per l’estrazione d’acqua dalle sorgenti locali. Il prelievo massimo consentito scende da 3,23 a 1,9 litri al secondo, le sorgenti sfruttabili passano da sette a quattro, la durata della concessione è dimezzata da dieci a cinque anni e, in caso di siccità grave, le autorità potranno sospenderla temporaneamente.

La siccità del 2024-2025 e il razionamento per i residenti

A spingere verso questa decisione è stata una campagna di opposizione portata avanti dalla comunità di La Calera, che ha preso forma durante la grave siccità registrata tra l’aprile del 2024 e l’aprile del 2025. In quel periodo, alimentato da un fenomeno El Niño di eccezionale intensità, il bacino idrico di Chingaza, che fornisce circa il 70% dell’acqua potabile a Bogotá, è sceso al 15% della sua capacità, il livello più basso mai registrato. I residenti erano soggetti a turni di razionamento fino a quindici giorni al mese, mentre lo stabilimento Indega continuava a operare per riempire le bottiglie del marchio Agua Manantial, distribuito in tutta la Colombia.

La disparità delle tariffe: famiglie penalizzate, multinazionale agevolata

A innescare la protesta, ricostruisce il Guardian, è stata anche la disparità nelle tariffe: Indega pagava 120 pesos colombiani per metro cubo d’acqua estratta, mentre alle famiglie veniva addebitato tra 697 e 3.720 pesos per la stessa quantità. “È una multinazionale che estrae risorse da quarant’anni praticamente senza pagarle”, ha dichiarato al quotidiano britannico Alexander Hernández, residente locale.

Come la comunità è riuscita a entrare nel procedimento di rinnovo

Con l’assistenza di Cajar, un’organizzazione legale no-profit, i leader della comunità sono riusciti a entrare formalmente nel procedimento di rinnovo della concessione, in scadenza a dicembre 2024, presentando opposizione e documentando l’impatto del prelievo sul bacino del San Lorenzo.

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Minacce agli attivisti in un paese ad alto rischio per i difensori della terra

Il reportage riferisce anche di pressioni e intimidazioni ai danni degli attivisti nel corso della campagna. Javier Cifuentes, consigliere comunale e leader della comunità indigena Muisca locale, ha dichiarato al Guardian di aver ricevuto minacce di morte e di essere stato pedinato da uomini in moto. Herminia Cristancho, presidente dell’Associazione delle frazioni di La Calera, avrebbe subito telefonate mute e messaggi offensivi. Non risultano prove di un coinvolgimento diretto di Coca-Cola Femsa o delle sue controllate in questi episodi; la società non ha risposto alle richieste di commento del giornale. Ma il Guardian ricorda che la Colombia ha registrato il numero più alto al mondo di difensori della terra assassinati tra il 2012 e il 2024.

Una vittoria rara, ma solo un primo passo

La decisione della Car di aprile è un risultato insolito per il contesto latinoamericano, dove le vittorie dei movimenti ambientalisti locali contro grandi gruppi multinazionali rimangono rare. “Per la prima volta siamo riusciti a far aprire al paese un dibattito sull’uso dell’acqua”, ha commentato Cristancho. Cifuentes ha invece sottolineato che per lui si tratta solo di un primo passo: “Continueremo a lottare finché non un millilitro d’acqua del Chingaza sarà sfruttato da una multinazionale”.