
Ben sette oli sui 30 analizzati dalla rivista tedesca Oko-test non potrebbero essere venduti come extravergine. Crescono le contaminazioni da pesticidi, anche nel biologico. Spuntano residui di oli minerali e ftalati. Male De Cecco, bocciato il suo olio bio
Altro che “extravergine”. Sugli scaffali dei supermercati in Germania questa dicitura, ormai onnipresente, non sempre corrisponde alla qualità promessa. A dirlo è un nuovo test effettuato dalla rivista tedesca Oko-test su 30 oli d’oliva di fascia media – tra marchi noti, private label e biologici – che fotografa una situazione tutt’altro che rassicurante: quasi un prodotto su quattro non raggiunge gli standard minimi per essere definito extravergine.
Sette oli bocciati al panel, solo pochi promossi
Secondo la normativa europea, un olio extravergine deve essere privo di difetti sensoriali. Ma i risultati delle analisi raccontano altro: sette prodotti presentano difetti evidenti – dal rancido al cosiddetto “avvinato” o “fangoso” – incompatibili con la categoria più alta. I difetti non sono tutti uguali. Le note di fermentato (“avvinato” o “fangoso”) nascono spesso da olive lavorate troppo tardi, già in fase di deterioramento. Il rancido, invece, si sviluppa nel tempo, per ossidazione. Tradotto: non dovrebbero essere venduti come olio extravergine, ma come semplice “vergine”.
A sorprendere è la presenza massiccia di oli biologici tra i bocciati: ben sei su sette, tra cui figurano marchi noti come il nostro De Cecco che viene bocciato alla prova extravergine per l’effetto rancido. Rilevata anche la presenza del dibutilftalato (DBP), un plastificante classificato come tossico per la riproduzione. L’azienda di Fara San Martino, interpellata dal Salvagente, ha preferito non commentare le analisi.
Tra i prodotti bocciati alla prova extravergine anche l’olio italiano De Silvia, l’unico non bio, che presenta anche una traccia di pesticida.
Meglio l’olio De Cecco convenzionale che, con il suo prodotto “extra classico”, ottiene un giudizio soddisfacente, seguito dall’altro prodotto italiano Fiore dell’oleificio Salvadori, mentre Filippo Berio si ferma a sufficiente, con due tracce di pesticidi.
Se si guarda alla qualità complessiva, il quadro non migliora molto. Solo un quarto dei prodotti ottiene un giudizio “buono” o “molto buono”. La maggior parte si ferma a una qualità media, con oli poco complessi e scarsamente equilibrati dal punto di vista aromatico. Appena tre prodotti si distinguono davvero per qualità sensoriale: due biologici e un olio a basso prezzo di un discount (venduto da Aldi). Un segnale chiaro: spendere di più non garantisce automaticamente un prodotto migliore.
Pesticidi: un ritorno preoccupante
Uno dei dati più allarmanti riguarda però i contaminanti. Quasi tutti gli oli convenzionali analizzati – e perfino alcuni biologici – contengono residui di pesticidi. In un caso si arriva a sei sostanze diverse nello stesso prodotto, l’olio Bellasan venduto da Aldi. L’olio Primadonna, venduto da Lidl, viene promosso con soddisfacente nella sua versione biologica, mentre si ferma a sufficiente con il prodotto convenzionale, dove si rilevano 5 tracce di pesticidi tra cui tra cui difenoconazolo, tebuconazolo, trifloxistrobina. Anche l’olio Orto Mio venduto da Penny e altri due prodotti analizzati presentano 5 tracce di pesticidi. Una presenza che, pur non superando i limiti di legge, solleva dubbi per i possibili effetti combinati, ancora poco studiati. Nei prodotti bio, le tracce potrebbero derivare da contaminazioni ambientali o “derive” dai campi vicini. Ma il fenomeno resta anomalo e in crescita rispetto agli anni precedenti.
Sotto accusa anche Pfas, fungicidi e oli minerali
Tra le sostanze rilevate compaiono anche pesticidi controversi, come alcuni fungicidi sospettati di essere cancerogeni o tossici per la riproduzione. E non mancano principi attivi legati alla famiglia dei Pfas, composti persistenti che possono trasformarsi in sostanze estremamente stabili e difficili da eliminare, con impatti crescenti sull’ambiente e sulle risorse idriche.
Le criticità non finiscono qui. Tutti gli oli testati contengono tracce di idrocarburi da oli minerali (Mosh), sostanze che tendono ad accumularsi nell’organismo umano. Ancora più preoccupante la presenza, in alcuni prodotti, di Moah, una classe che può includere composti cancerogeni.
In cinque oli – tutti biologici – è stato inoltre rilevato dibutilftalato (DBP), un plastificante classificato come tossico per la riproduzione e sospettato di interferire con il sistema endocrino. La contaminazione può avvenire durante la lavorazione, a contatto con materiali plastici.
Etichette poco affidabili, come orientarsi?
Oltre alla qualità, anche la trasparenza lascia a desiderare. Il caso degli oli venduti come extravergine ma non conformi è emblematico: il consumatore paga per una qualità che, nei fatti, non c’è. Eppure, i margini di miglioramento esistono. Secondo i risultati del test, una migliore gestione della filiera e controlli più rigorosi potrebbero ridurre sensibilmente sia i difetti sensoriali sia le contaminazioni.
Il test conferma che scegliere un buon olio extravergine è sempre più difficile. Prezzo, marchio o etichetta bio non bastano a garantire qualità. In attesa di controlli più stringenti e regole più chiare – soprattutto sui contaminanti come gli oli minerali – resta fondamentale puntare su produttori affidabili e prestare attenzione alla freschezza del prodotto.









