
Dove vanno a finire i nostri vestiti usati? A Panipat, in India, la Cnn ha visitato uno dei principali punti di riferimento per il riciclo degli abiti che alimentano la moda del fast fashion. Ma tutto questo avviene a discapito della salute di chi lavora o vive in quei posti
Una montagna di vestiti usati pronti per essere riciclati e tornare nei nostri negozi. Peccato che tutto questo avviene a discapito dell’ambiente e della vita di chi deve occuparsi di questo business. È il lato oscuro del fast fashion che ormai è noto a tutti, ma che non smette di stupire come dimostra un reportage della Cnn, firmato da Hanako Montgomery, che denuncia le condizioni di Panipat, città industriale nel nord dell’India, dove i capannoni della filiera tessile lavorano senza sosta.
Questa città è uno dei principali punti di riferimento della moda fast fashion, dove oltre un milione di tonnellate di vestiti usati arriva ogni anno per essere riciclato e reimmesso sul mercato. Gli operai sono a lavoro incessantemente per selezionare e dividere per colore e materiale gli abiti usati, appena indossati, in alcuni casi ancora con le etichette dei negozi dell’usato. Nei reparti, fibre di cotone e polveri sottili saturano l’aria e i lavoratori la respirano senza alcun tipo di protezione né per le mani né per bocca e naso.
“Tossisco continuamente, non riesco a respirare”, racconta un lavoratore che la Cnn chiama Rajesh. E non è l’unico visto che molti sviluppano malattie respiratorie croniche.
Le condizioni non migliorano negli impianti di tintura: sostanze chimiche maneggiate a mani nude, vapori tossici, scarichi aperti. Chiaramente “l’azienda non paga le cure”, come denuncia un ex operaio. Secondo gli esperti, l’esposizione costante può portare a danni irreversibili ai polmoni e ridurre l’aspettativa di vita. Intanto, i rifiuti industriali contaminano anche l’acqua utilizzata nelle comunità locali.
Un altro operaio che lavorava in un impianto di tintura e mostra delle bolle sul collo che, a suo dire, sono state causate dalle sostanze chimiche finite sulla pelle. All’interno di uno degli impianti di tintura visitati dalla Cnn, gli operai maneggiavano sostanze chimiche calde e pesanti a mani nude. Nell’aria ristagnava un forte odore chimico, mentre il vapore usciva dai macchinari in spazi angusti e le acque reflue colorate scorrevano in scarichi aperti, lasciando i pavimenti scivolosi e macchiati.
Nessuna risposta dalle autorità locali
Interrogato sulle condizioni negli impianti, Nitin Arora, presidente dell’associazione delle tintorie di Panipat, sostiene che i dispositivi di sicurezza sarebbero forniti dalle aziende, ma che i lavoratori non li utilizzano. “I lavoratori non sono istruiti, per questo non indossano le mascherine – dichiara – I proprietari forniscono tutto… ma loro si tolgono le maschere e le mettono da parte. Cosa può fare il proprietario?”
La Cnn ha contattato varie agenzie governative, tra cui il Dipartimento del Lavoro dell’Haryana, il Pollution Control Board e il National Green Tribunal, per chiedere commenti sull’inquinamento delle acque e sui problemi sanitari segnalati, ma non ha ricevuto risposta.
Secondo il dottor Bhawani Shankar, specialista in malattie respiratorie, molti lavoratori tessili che cura presentano sintomi molto simili, legati all’esposizione continua alla polvere delle fabbriche di abbigliamento. Arrivano con difficoltà respiratorie che peggiorano nel tempo. “Con il progredire della malattia si può arrivare alla fibrosi”, spiega lo pneumologo, sottolineando che a quel punto il danno è in gran parte irreversibile.
L’India settentrionale è già una delle aree con l’aria più inquinata del mondo, a causa di un mix tossico di emissioni industriali e dei veicoli, combustione dei residui agricoli e polveri da costruzione. Shankar afferma che l’ambiente di lavoro negli impianti di riciclo di Panipat contribuisce ulteriormente al peggioramento della salute. “Se continuano a respirare la stessa aria ogni giorno, questo accorcia sicuramente la loro aspettativa di vita”.
Ma i danni non finiscono qui. I rifiuti provenienti dai processi di tintura e sbiancamento tessile vengono spesso scaricati in canali aperti, estendendo l’impatto ben oltre i muri delle fabbriche e contaminando i sistemi idrici da cui dipendono milioni di persone a Panipat e dintorni. In queste aree l’acqua è passata dall’essere una risorsa a diventare un rischio. Continua comunque a essere utilizzata per lavarsi, irrigare e coltivare nei villaggi vicini.
Un’indagine condotta nel 2022 sulle famiglie della zona ha rilevato che quasi il 93% degli abitanti ha segnalato gravi problemi di salute nell’arco di cinque anni, con numerosi casi di malattie legate al lavoro e un aumento delle patologie croniche.
Il tribunale ambientale indiano, il National Green Tribunal, aveva già segnalato in passato lacune nei controlli sul settore tessile, osservando che alcuni impianti continuano a scaricare reflui non trattati nonostante le normative esistenti. Il tribunale sta attualmente esaminando un ricorso secondo cui l’industria del riciclo tessile di Panipat starebbe scaricando illegalmente rifiuti industriali ed emissioni inquinanti.
Panipat rappresenta l’ “aldilà” della fast fashion, difficile da ignorare: il lato oscuro si un modello circolare che sulla carta dovrebbe alimentare un sistema virtuoso, ma nella realtà lascia dietro di sé un costo sanitario e ambientale altissimi che ricade interamente su chi vive e lavora in questi posti.









