
L’indice di riparabilità, che indica quanto è facile riparare un prodotto, ha convinto i consumatori francesi. Ma un’inchiesta di Que Choisir rivela limiti, punteggi autodichiarati e scarsa corrispondenza con la realtà
Nato in Francia nel 2020, l’indice di riparabilità è entrato in vigore nel 2021 come obbligo nazionale, diventando uno degli strumenti più visibili per orientare gli acquisti di elettrodomestici ed elettronica. A livello europeo non esiste ancora un sistema identico e uniforme: l’Unione ha però ripreso il tema della riparabilità all’interno delle politiche sull’ecodesign e del cosiddetto “diritto alla riparazione”, introducendo obblighi su pezzi di ricambio e assistenza tecnica, ma senza un punteggio sintetico su 10 visibile al consumatore come quello francese.
Oltralpe, invece, un numero da 0 a 10, accompagnato da un codice colore dal rosso al verde, che promette di dire al consumatore quanto sia facile riparare un prodotto: dalla disponibilità dei pezzi di ricambio al loro prezzo, dalla facilità di smontaggio alla documentazione tecnica.
L’obiettivo è chiaro: allungare la vita degli apparecchi, ridurre i rifiuti e spingere le aziende a progettare prodotti più durevoli. E, almeno in parte, il messaggio è arrivato. In Francia, secondo dati ufficiali, oltre il 60% dei consumatori conosce questo indice e sempre più spesso lo utilizza per scegliere cosa acquistare. I prodotti con punteggi più alti vendono di più, mentre quelli con voti bassi faticano a trovare acquirenti.
Ma dietro questo successo si nasconde un punto debole non trascurabile. A sollevarlo è un’inchiesta dell’associazione francese Que Choisir, che ha messo sotto esame proprio l’affidabilità di questo indicatore.
Un indice “autodichiarato”
Il nodo principale è che il punteggio non viene attribuito da un organismo indipendente, ma direttamente dai produttori. Sono le aziende, cioè, a valutare la riparabilità dei propri prodotti, seguendo una metodologia comune definita dalle autorità pubbliche.
Un sistema già utilizzato in altri ambiti, come l’etichetta energetica, ma che in questo caso solleva più di una perplessità. Anche perché, entrando nel dettaglio dei criteri, emerge come solo una parte limitata del punteggio riguardi davvero la facilità di riparazione.
Il voto finale si basa su cinque parametri: documentazione tecnica, facilità di smontaggio, disponibilità dei pezzi di ricambio, tempi di consegna e prezzo. Solo uno di questi – e per una quota pari a circa il 20% – riguarda direttamente l’effettiva riparabilità dell’apparecchio.
I test: quando riparare è più difficile del previsto
Per verificare quanto questo indice rispecchi la realtà, Que Choisir ha condotto test pratici su otto lavastoviglie di marchi diffusi sul mercato, simulando guasti comuni come problemi di scarico o perdite d’acqua.
Il risultato è tutt’altro che rassicurante. Nel 75% dei casi, gli utenti non riescono nemmeno a individuare la causa del problema. I codici di errore, infatti, sono spesso assenti nei manuali, troppo generici o addirittura sbagliati. Un ostacolo che blocca la riparazione ancora prima di iniziare, anche per chi ha una buona manualità.
Quando si passa alla sostituzione dei componenti, la situazione non migliora. Smontare un pezzo può essere relativamente semplice, ma rimontarlo si rivela spesso complesso, richiedendo operazioni “alla cieca”, contorsioni o competenze da tecnico specializzato. Un aspetto, questo, che non viene considerato nella valutazione ufficiale.
Il confronto tra i risultati dei test e i punteggi dichiarati dai produttori porta a una conclusione netta: i prodotti con i migliori indici di riparabilità non sono necessariamente quelli più facili da riparare.
Punteggi che cambiano (anche senza modifiche)
Un altro elemento critico riguarda la possibilità, per i produttori, di modificare il punteggio nel corso della vita commerciale del prodotto. Le revisioni sono frequenti e possono portare a miglioramenti anche significativi, senza che l’apparecchio venga realmente modificato.
In alcuni casi analizzati da Que Choisir, lavastoviglie passate da voti medi a punteggi molto elevati nel giro di pochi mesi, semplicemente intervenendo su aspetti come l’accesso alla documentazione o la disponibilità dei ricambi.
Incentivi economici e rischio distorsioni
A rendere il quadro ancora più delicato è l’introduzione, in Francia, di incentivi economici legati ai punteggi più alti. Dal 2025 i produttori possono ricevere bonus per ogni prodotto venduto con un indice elevato: fino a oltre 16 euro per una lavastoviglie con punteggio superiore a 9,3.
Un meccanismo che, secondo alcuni operatori del settore, rischia di incentivare comportamenti opportunistici. Con il rischio che i punteggi vengano “gonfiati” per ottenere vantaggi competitivi in un mercato sempre più sensibile a questo indicatore.
Un modello in espansione (anche in Europa)
Nonostante le criticità, l’indice di riparabilità continua a essere esteso a nuove categorie di prodotti. Nato in Francia, oggi riguarda smartphone, computer, televisori, lavatrici (a carica frontale e dall’alto), lavastoviglie, aspirapolvere, idropulitrici e attrezzature da giardinaggio come i tosaerba.
A livello europeo, tuttavia, il sistema non è ancora uniformemente obbligatorio come in Francia. L’Unione sta lavorando a strumenti analoghi – come il “diritto alla riparazione” e futuri indici di durabilità – ma l’adozione varia da paese a paese.
Informare meglio, o informare davvero?
L’indice di riparabilità rappresenta senza dubbio un passo avanti verso una maggiore trasparenza e sostenibilità. Ma l’inchiesta di Que Choisir solleva una domanda centrale: può un sistema basato sull’autovalutazione dei produttori garantire informazioni davvero affidabili?
Per i consumatori, oggi più che mai attenti alla durata dei prodotti, la risposta non è scontata. E il rischio è che un indicatore nato per guidare scelte consapevoli finisca per diventare, almeno in parte, uno strumento di marketing.










