Lo studio su carne e greenwashing: solo il 2% delle promesse è verificabile

carne

Il settore della carne e dei latticini sotto accusa per greenwashing. Per uno studio che analizza anche le promesse di Danone e Nestlé, solo il 2% delle dichiarazioni ambientali è verificabile

Un nuovo studio condotto su 33 tra i più grandi produttori mondiali di carne e latticini rivela una realtà allarmante: dietro le promesse di sostenibilità si celerebbe un’operazione di greenwashing quasi totale. Secondo l’analisi, l’agricoltura animale è responsabile di almeno il 16,5% delle emissioni globali di gas serra (GHG). Nonostante ciò, le strategie di comunicazione delle aziende sembrano mirate più a rassicurare investitori e consumatori che a produrre un reale cambiamento.

Il greenwashing

I numeri del fenomeno I ricercatori hanno isolato 1.233 dichiarazioni ambientali fornite nei rapporti di sostenibilità e nei siti web aziendali tra il 2021 e il 2024. Di queste: Il 68% riguarda specificamente il clima, il 98% (ben 1.213 affermazioni) è stato classificato come greenwashing secondo i parametri scientifici utilizzati, il 38% consiste in promesse sul futuro non verificabili, come il raggiungimento della neutralità carbonica entro scadenze lontane, e solo il 29% delle dichiarazioni è supportato da una qualche forma di prova, ma appena tre dichiarazioni su 1.233 (meno dell’1%) sono sostenute da letteratura scientifica autorevole.

Danone e Nestlé sotto la lente

Lo studio cita giganti del settore che dominano la scena globale. Danone detiene il primato per il maggior numero di dichiarazioni ambientali totali (106), mentre Nestlé guida la classifica per le promesse future (55). In termini di investimenti, Nestlé ha dichiarato di aver destinato circa 4 miliardi di dollari a iniziative per il “net-zero”, rappresentando la stragrande maggioranza del capitale ambientale dichiarato dalle aziende del campione. Il report critica le promesse definendole spesso “proiezioni future non verificabili” che mancano di piani di attuazione chiari e pratici. Nonostante l’elevato numero di dichiarazioni, lo studio rileva che quasi nessuna di esse è supportata da prove scientifiche autorevoli. Delle 1.233 affermazioni totali analizzate nel settore, solo 3 erano supportate da letteratura scientifica, e nessuna di queste tre apparteneva a Nestlé o Danone (le aziende citate per il supporto scientifico sono Fonterra, California Dairies e Perdue).

Il caso Jbs

Molte di queste promesse mancano di trasparenza. Il colosso brasiliano Jbs, la più grande azienda di carne al mondo, è stato citato per aver annunciato l’obiettivo “net zero” entro il 2040, subendo però una causa legale dalla Procura Generale di New York con l’accusa di aver diffuso affermazioni fuorvianti senza un piano concreto. L’affermazione è stata definita fuorviante poiché la società non avrebbe un piano chiaro, trasparente e realizzabile per raggiungere tale obiettivo. Anche altre aziende come Tyson Foods, Danish Crown, Arla Foods e Fonterra sono finite al centro di contestazioni legali o critiche per pubblicità ingannevole.

Dipendenza dalle compensazioni

Una strategia simile a quella dei combustibili fossili Il rapporto evidenzia come, analogamente a quanto fatto dall’industria petrolifera e del gas, i giganti della carne e del latte utilizzino impegni come il “net zero” per ritardare azioni climatiche significative. Il report sottolinea che gli impegni “net-zero” di queste grandi aziende sembrano fare affidamento su piani di compensazione del carbonio piuttosto che su una reale strategia di decarbonizzazione dei processi produttivi. Mentre aziende come Marfrig, Minerva e Cargill continuano a pesare enormemente sul clima — con i primi cinque emittenti che da soli generano quasi la metà delle emissioni dei 45 maggiori gruppi del settore — le iniziative concrete rimangono spesso limitate a progetti pilota su piccola scala.

sponsor