Cosa sono (e cosa significano) i marchi Dop e Igp

DOP IGP

Solo l’aceto balsamico di Modena vale 1 miliardo al consumo. Ma gli oltre 800 prodotti a marchio Dop (Denominazione di origine protetta) e Igp (Indicazione geografica protetta) sommati valgono oltre 16 miliardi. Ma come si ottiene la certificazione Igp? E a chi conviene la Dop o l’Igp?

 

Gli alimenti a marchio Dop e Igp stanno spingendo il fast food. Nel 2008 la catena del cibo spazzatura per eccellenza, McDonald’s, si rifece l’immagine. Con un’operazione abile di maquillage introdusse nel logo i colori verde (ambiente) e ocra (terra), al posto del rosso (sangue) e giallo (colesterolo). La Dop e l’Igp hanno portato bene: nel 2022 la catena americana ha acquistato 580 tonnellate di prodotti certificati (111 tonnellate di Asiago Dop, 42 di Cipolla Rossa di Tropea Calabria Igp, 14 di Aceto Balsamico di Modena Igp, 400 di Montasio Dop, 14 di purea di Mele Alto Adige Igp).

Cosa significa Igp

Il regolamento CEE numero 510 del 2006 sintetizza in modo chiaro il significato di prodotto Igp, un marchio che viene attribuito a prodotti agricoli, alimenti o vini per garantire la loro provenienza locale e tracciabilità.

 

Come si registra una Dop o una Igp agroalimentare

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Sia Dop che Igp condividono la medesima procedura illustrata sul sito del ministero Politiche agricole.

 

Chi può presentare la domanda Igp?

I soggetti richiedenti devono essere formati in gruppo o consorzi di produttori e/o trasformatori ricadenti in un territorio delimitato e che trattano il medesimo prodotto oggetto di richiesta di registrazione.

 

I documenti per registrare un prodotto Igp

La domanda di registrazione deve essere presentata al Ministero delle politiche Agricole Alimentari, Forestali e del Turismo ed alla regione (o più regioni) nel cui territorio ricade la produzione oggetto di registrazione.

I documenti principali che devono essere trasmessi insieme alla domanda sono:

  • l’atto costitutivo e/o statuto dell’associazione o consorzio di produttori o trasformatori del prodotto (Importante: la domanda non può essere inviata da un singolo soggetto, produttore o trasformatore);
  • la delibera assembleare di riferimento;
  • il nome, indirizzo e recapiti dell’organismo di controllo;
  • una relazione storica, tecnica e socio-economica del prodotto;
  • la cartografia in scala adeguata a consentire l’individuazione precisa della zona di produzione e il Documento Unico.

Oltre a questi documenti bisogna allegare anche il disciplinare di produzione, la vera carta d’identità dei futuri alimenti Igp o Dop.

Dalla valutazione nazionale alla decisione finale che spetta alla Commissione europea passa del tempo e occorrono fasi tecniche che trovate descritte in dettaglio sul sito del Ministero delle Politiche agricole.

Conviene il marchio Igp?

La richiesta delle certificazioni Dop e Igp ha diversi costi. I produttori valutano attentamente il rapporto costi-benefici prima di avventurarsi in questo lungo percorso, che comunque protegge i prodotti e offre maggiori garanzie agli acquirenti consumatori. Basti pensare al cammino travagliato della pizza napoletana spesso imitata male, con danni all’immagine e alla qualità dell’offerta turistica. La vera pizza napoletana è oggi protetta dal marchio Stg (Specialità tradizionale garantita).

 

Le polemiche sui finanziamenti europei e i dubbi dei piccoli produttori

Non mancano le polemiche per alcuni riconoscimenti negati. Accade quando produttori e promotori non trovano l’accordo sugli ingredienti e modalità di produzione, non riuscendo a stabilire un disciplinare unico.

Inoltre, alcuni produttori non accettano l’idea di sottostare ai controlli dell’ente certificatore effettuati sulla produzione. Oppure si determinano contraddizioni rispetto agli obblighi come nel caso dei salumi Igp.

Intanto, si sta pensando di estendere la certificazione anche sui prodotti non alimentari.

La questione si fa complessa quando viene analizzata sul piano dei fondi europei. Diversi produttori locali, come Gian Domenico Negro (noto casaro) preferiscono produrre senza riconoscimento. Secondo Negro, fare da soli, specie per i piccoli produttori, è meglio. Al quotidiano Corsera, Negro cita la Dop del Parmigiano Reggiano. “Le Dop importanti – osserva – sono in mano all’industria, quindi il piccolo produttore se chiama il suo formaggio con il nome della Dop è fagocitato e non riesce a valorizzare il prodotto unico. Mentre fuori dalla Dop può fare come facciamo noi che vendiamo la Robiola della Langa astigiana a un prezzo più alto del 25% rispetto alla Robiola di Roccaverano Dop”.

Le big si dividono gran parte del fatturato e dei finanziamenti europei, dove forte è la concorrenza tra Stati membri. Nel 2017, a fronte di una dotazione finanziaria complessiva di 140 milioni di euro, una fetta di 4,7 milioni è andata solo al Consorzio Grana Padano e altri 4,7 al Consorzio per la tutela d’Asti. Il resto è stato suddiviso tra i numerosi piccoli organismi e consorzi. Briciole, insomma.