La stangata sulle bollette apre la strada al nucleare?

NUCLEARE

La notizia è rimbalzata su tutti i media a partire da una dichiarazione del ministero della transizione ecologica, Roberto Cingolani: “Lo scorso trimestre la bolletta elettrica è aumentata del 20%, il prossimo trimestre aumenta del 40%”. Cingolani ha aggiunto: ” “Tutto questo succede perché il prezzo del gas a livello internazionale aumenta. Ma succede anche perché aumenta il prezzo della CO2 prodotta”. Ma sono solo queste le cause? E soprattutto, a fronte di un aumento così pesante, è lecito immaginare che il ministro e il governo lo usino per forzare il passaggio da un sistema energetico centrato sui combustibili fossili a un altro basato sul nucleare? Un dubbio non campato in aria, se si considera che recentemente lo stesso Cingolani ha aperto alla tecnologia messa da parte dopo un referendum nel 1987,  sostenendo che “nell’interesse dei nostri figli è vietato ideologizzare qualsiasi tipo di tecnologia. Stiamo ai numeri, quando saranno disponibili prenderemo le decisioni”, e attaccando: “Il mondo è pieno di ambientalisti radical chic ed è pieno di ambientalisti oltranzisti ideologici. Loro sono peggio della catastrofe climatica verso la quale andiamo sparati se non facciamo qualcosa di veramente sensato”.

Tabarelli (Nomisma): Il sistema così non funziona

Ma ripartiamo dall’ultimo dato scioccante: l’aumento delle prossime bollette. Secondo  Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, “Quello che ha detto Cingolani in realtà è che potenzialmente la bolletta aumenterà del 40%, ma che il governo sta lavorando per contenere l’aumento al 20%, come avevano fatto a luglio. Il punto però è che dovranno trovare le risorse. L’ultima volta le hanno prese dal fondo delle aste per le compensazioni delle emissioni, che sarebbero destinate almeno per il 50% alle compensazioni per le aziende, ma che in quel caso sono servite soprattutto per bloccare l’aumento delle bollette. È chiaro però che quando le bollette dell’energia crescono non dell’1-2% ma del 10-20% significa che il sistema non funziona, e che il governo deve trovare un’alternativa”.

Le cause degli aumenti

Secondo Tabarelli, infatti, la causa del costo delle materie prime più alte non è dovuta soltanto alla progressiva disincentivazione dei combustibili fossi, ma “C’è molta speculazione anche se non se ne parla molto. Detto questo – continua il presidente di Nomisma – è vero che c’è meno gas. L’Europa ha scorte bassissime a causa dell’inverno che è stato lungo, è finito a maggio. La Russia ne ha consegnato meno, e fortunatamente abbiamo la Tap e quello che arriva dalla Libia, per esempio. A questo va aggiunto che non si riesce a sfruttare il gas presente nel nostro territorio, a causa delle posizioni No Triv. Faccio presente che il gas oggi vale 65 euro per MW/h, mentre produrlo in Italia costerebbe 2 euro per MW/h, dunque sarebbe comunque molto conveniente”.

Balzani (Lincei): Cingolani frena il passaggio alle rinnovabili

Secondo Vincenzo Balzani,  professore emerito dell’Università di Bologna e accademico dei Lincei, invece, il problema è il comportamento di Cingolani, visto come quello “di chi dovrebbe incoraggiare la transizione energetica ma non lo sta facendo. Anzi con dichiarazioni come queste disincentiva il cittadino intenzionato a cambiare. Cingolani non ha forse in mente la giusta proporzione tra le conseguenze del cambiamento climatico e l’aumento della bolletta. L’uso dei combustibili fossili ogni anno comporta la morte di 1,5 milioni di persone in Cina, 600mila in Europa, e 80mila in Italia. E questo solo per le conseguenze legate all’inquinamento. Recenti studi dicono che negli ultimi 4 decenni, i cambiamenti climatici hanno portato a 2 milioni di morti e a danni per 3mila miliardi di dollari”. Secondo Balzani, non è il momento di tornare indietro, “l’unico modo è abbandonare la via dei combustibili fossili e mettere in atto provvedimenti che sviluppino le rinnovabili. Oltretutto gli economisti concordano sul fatto che il passaggio alle rinnovabili sarebbe vantaggioso dal punto di vista economico e occupazionale. Cingolani invece – continua l’esperto – è preoccupato che la nostra motor valley, con i marchi come Ferrari e Lamborghini, vada in crisi se si passa all’elettrico. Ma loro devono passare all’elettrico, Volkswagen lo sta già facendo”.

L’ipotesi nucleare non scalda

Non fa breccia tra gli esperti che abbiamo consultato, l’ipotesi nucleare. Per Tabarelli, “è una cosa che in Italia non si potrà mai più fare, nemmeno quello di quarta. Nel resto del mondo è già importante, senza aspettare nuove soluzioni. Abbiamo 450 centrali nucleari, di cui un centinaio di Europa. in Francia 56, di cui tre lavorano solo per noi, Infatti noi siamo i più grandi importatori di elettricità in Europa e tutto viene dalla Francia. Se venisse a mancare il nucleare francese l’Europa rimarrebbe al buio, altro che bollette alle stelle”. E se Tabarelli, pur riconoscendo che il contesto italiano è del tutto avverso al nucleare, sottolinea gli effetti positivi di questa tecnologia laddove già esiste, il professor Balzani ha una posizione ben più netta: “Il ritorno al nucleare è una cosa assurda. C’è chi ha già fatto i conti, e in Italia, considerando che adesso si parla di mini-centrali, ce ne vorrebbero decine. Dove si mettono? Sarebbe troppo costoso, nessuno le vorrebbe nel suo territorio, e non si saprebbe come smaltire le scorie, visto che ancora non abbiamo deciso dove mettere quelle vecchie”.

La fusione è quasi un miraggio

Anche i riferimenti del ministro agli studi sulla fusione nucleare per Balzani sono poco più che chimere: “Ma chi ci lavora dice che se realisticamente avremo un prototipo tra vent’anni, mentre noi abbiamo bisogno di risolvere il problema del cambiamento climatico entro le date stabilite del 2030 e del 2050. Senza contare che solo pochi paesi se lo potrebbero permettere, lasciando ai paesi più poveri un fardello pesante”. Per Balzani, “Si dovrebbe puntare su fotovoltaico e eolico, che sono al contrario soluzioni democratiche”. E non considera fondate le proteste degli ambientalisti riguardo l’impatto delle rinnovabili sul territorio, a livello paesaggistico: “Sono sciocchezze. In Italia ci sono diversi terreni non utilizzati. Secondo una stima, per produrre il fabbisogno di fotovoltaico necessario al paese basterebbe coprire l’1 per cento delle superfici non utilizzate”.