Pc e internet, ecco perché il bonus scontenterà tutti

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Difficile immaginare che un decreto basato sull’erogazione di bonus per i consumatori,  pensato anche per aumentare i fatturati delle compagnie telefoniche, riesca lo stesso a scontentare tutti. Eppure è quello che ha fatto il ministero dello Sviluppo economico, con il decreto del 7 agosto 2020, pubblicato in gazzetta lo scorso 1 ottobre. Il “Piano voucher sulle famiglie a basso reddito” per permettere anche ai nuclei meno abbienti di avere una connessione veloce e un dispositivo informatico in casa, infatti, sembra studiato per complicare le cose. A partire dai paletti che rischiano di condizionare troppo la scelta del consumatore, fino alla decisione di affidare la pratica agli operatori telefonici, intermediari che rischiano di approfittare troppo dell’enorme regalo. Ma procediamo con ordine e passiamo al vaglio le maggiori criticità del testo.

A quanto ammonta e a chi va il bonus

Innanzi tutto, ricapitoliamo: a chi spetta il bonus? È un contributo economico da 200 a 500 euro (un solo voucher per famiglia) per acquistare dispositivi elettronici, servizi e strumenti per la navigazione: computer, tablet e connessioni internet. Il voucher verrà diviso così: 200-400 euro per lo sconto sui servizi di connettività per una durata non inferiore a 12 mesi; 100-300 euro sulla fornitura di un personal computer o tablet che è vincolato al contratto di connessione ma diventa di proprietà dopo i 12 mesi. È rivolto alle famiglie con un Isee inferiore ai 20mila euro. Il criterio, dunque, sarà quello dell’esaurimento fondi. È prevista una seconda fase, che dovrebbe partire nel 2021, con bonus per famiglie con Isee inferiore a 50mila euro e per imprese.

Il nodo della velocità minima di connessione

Il primo problema che emerge riguarda la velocità minima di connessione. Il decreto prevede: “Il contributo è erogato, nel rispetto del principio di neutralità tecnologica, per la fornitura di servizi di connettività ad almeno 30 Mbit/s in download alle famiglie che non detengono alcun contratto di connettività, ovvero che detengono un contratto di connettività a banda larga di base, da intendersi, ai fini del presente decreto, come inferiore a 30Mbit/s in download”. Le compagnie che vogliono entrare nell’affare del bonus devono poter offrire al consumatore un opzione con connessione in fibra che rispetti queste caratteristiche. Ma Asstel, l’associazione che raggruppa proprio gli operatori di tlc ha scritto al governo e all’Agcom per lamentarsene: l’asticella dei requisiti minimi di velocità di download sarebbe troppo alta, si rischia così di non poter garantire l’offerta a troppi utenti. E qui ci concediamo un inciso: gli stessi operatori che mostrano i muscoli nelle pubblicità su media e cartelloni stradali, promettendo connessioni “fino a 1 giga/s” si definiscono spaventati quando c’è da garantire all’atto pratico meno di un trentesimo di quella velocità. Da tenere a mente alla voce differenza tra aspettative create dagli spot e realtà. Asstel, poi, si lamenta anche di un altro aspetto: l’onore di verificare che chi chiede il contributo ha veramente un Isee inferiore a 20mila euro spetta all’operatore a cui si è rivolto, un compito effettivamente complesso per un gestore di telefonia. E nel caso in cui Infratel (la società pubblica a cui il ministero ha affidato la regolamentazione dell’iter) in un controllo a campione scopra che l’autocertificazione è falsa, l’operatore perde il rimborso statale sullo sconto già accordato al consumatore.

Alle Tlc regalerà enormi profitti e una mole di dati personali

Gli operatori, però, non si sono lamentati quando il governo ha deciso che gli aventi diritto al bonus, invece di riceverlo direttamente, dopo esibizione di scontrino o fattura (come il bonus bici), o avendo diritto allo sconto mostrando un codice (come nel caso del bonus vacanze), dovessero passare per il call center o i punti vendita degli operatori tlc. Un grosso regalo per almeno due ragioni: la quantità enorme di nuovi contratti di fornitura di connessione legati al bonus e la mole di dati personali che finiranno nei database delle compagnie stesse. Non a caso, sebbene da una parte temporeggino, non avendo avviato effettivamente la possibilità di richiedere il bonus, dall’altra Tim, Vodafone e Wind Tre hanno fatto in fretta a pubblicare una pagina dedicata al bonus sui rispettivi siti. In ognuna a parte generici riferimenti all’ammontare del bonus e ai requisiti per ottenerlo, si richiedono la mail o il numero di telefono per essere ricontattati. Dati personali gli operatori potranno utilizzare, almeno per il periodo dell’offerta, non solo per gestire la partita del bonus, ma anche per comunicare offerte commerciali al consumatore. Come se il telemarketing aggressivo che gli italiani conoscono bene avesse bisogno di ulteriori favori.

Una mano tesa al telemarketing selvaggio

C’è poi da sperare che i call center delle compagnie, che storicamente non brillano per correttezza, prendano sul serio quanto affermato dal decreto, nel seguente passaggio: “gli operatori devono anche garantire che i contratti stipulati avvalendosi del contributo si intendono risolti allo scadere del periodo di durata dell’offerta, fatta salva la possibilità dei beneficiari di aderire ad offerte di rinnovo, che gli operatori sono tenuti a proporre nei quarantacinque giorni precedenti la data di scadenza del contratto e che dovranno, perlomeno per i dodici mesi successivi, avere ad oggetto condizioni uguali o migliorative rispetto a quelle previste dal contratto in scadenza”. Non è difficile immaginare che a quel punto qualche operatore di telemarketing possa offrire un rinnovo dell’offerta mantenendosi sul vago rispetto alle mutate condizioni economiche.

La strozzatura alla libertà di scelta

Oltre al problema della privacy, il decreto sul bonus Pc e internet crea un’evidente strozzatura alla libertà di scelta del consumatore e alla libera competizione tra aziende. Il decreto, infatti, parla chiaro: “Nel caso in cui l’unità abitativa sia servita da più di un’infrastruttura a banda ultra larga, i beneficiari del contributo devono stipulare contratti per i servizi di massima velocità di connessione ivi disponibili, potendo a tal fine rivolgersi sia all’operatore che gli fornisce il servizio tramite il contratto vigente al momento della richiesta del contributo, sia ad altr operatore”. Dunque, se due operatori hanno un’offerta di banda ultra larga che raggiunge lo stesso stabile, il consumatore è tenuto a scegliere unicamente in base alla massima velocità, non potendo valutare come essenziali altri parametri quali la qualità dell’assistenza o eventuali costi e servizi accessori.

Il legame a somma negativa tra pc e connessione

Non bastasse questa limitazione, quello che grida vendetta è il legame inscindibile tra fornitore del dispositivo di connessione e offerta per la navigazione. Facciamo un esempio: il consumatore di rivolge a Wind Tre per usare il contributo per l’acquisto di un tablet. La connessione che ha, un’Adsl molto prestante (20 megabit/s), gli va benissimo. Eppure, il decreto lo obbliga a stipulare un nuovo contratto basato sulla fibra, che inevitabilmente gli costerà un canone mensile maggiore, per avere il dispositivo scontato. Non solo, è compito di ogni operatore decidere le offerte di navigazione e i pc e i tablet che rientrano nel piano bonus: il consumatore non è libero di usare lo sconto per un tablet qualsiasi, tra quelli in commercio che hanno le caratteristiche tecniche minime indicate da Infratel. Infine, la famiglia che volesse utilizzare il bonus per attivare una linea fibra con Vodafone e comprare un pc tra quelli offerti da Tim, dovrebbe rinunciare a una delle due preferenze, senza alcuna ragione logica.

Chi usa connessioni wireless rischia di essere tagliato fuori

C’è infine un grosso ostacolo di tipo tecnologico che rischia di tagliare fuori dal bonus un’ampia fetta di italiani già penalizzati duramente dal digital divide per ragioni geografiche. Parliamo di chi, vivendo in zone non raggiunte da connessioni veloci via cavo, possono approfittare per la connessione solo della tecnologia Fwa (fixed wireless access) che si basa sulla trasmissione dati via antenna. Qual è il problema? Sta nel fatto che per verificare se la propria casa è coperta o meno da quella famosa connessioni di 30 Megabit/s lo strumento ufficiale da utilizzare è la piattaforma Broadband Map di Agcom. Peccato che non sia stata ad oggi implementata per le connessioni basate sulla tecnologia Fwa. Infratel, Agcom e il ministero troveranno una soluzione a breve? L’autorità ci sta lavorando, ma non è dato saperlo, così come è difficile prevedere l’efficacia di un decreto pieno di buchi e ostacoli, che rischia di partire già azzoppato verso il lontano traguardo di un paese più connesso e tecnologicamente avanzato.