Imballaggi di troppo: il riciclo serve a poco senza combattere l’overpackaging

fruits and vegetables in packing

Da quando il movimento contro il cambiamento climatico e l’inquinamento guidato da Greta Thunberg ha riempito le piazze di tutto il mondo, uno degli argomenti più trattati dai media è la plastica e la sua inaccettabile dispersione nell’ambiente. Per chi fosse scettico, bastano alcuni numeri: la produzione mondiale di plastica è passata dai 15 milioni del 1964 agli oltre 310 milioni attuali, e ogni anno almeno 8 milioni di tonnellate finiscono negli oceani del mondo (fonte Wwf). Per limitare i danni, l’Unione europea ha approvato una direttiva contro la plastica monouso, mentre in Italia infuria la polemica attorno all’intenzione del governo di introdurre una tassa sugli imballaggi non compostabili. 

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La questione del riciclo dei rifiuti è centrale, ma non l’unica cosa da tenere sotto controllo. Secondo Eurostat, l’Italia produce ogni anno in media 2.705 chili di rifiuti per abitante, poco rispetto gli altri paesi Ue, e ne ricicla il 79%, una delle percentuali più alte in assoluto. La plastica riciclata, però, si ferma al 43%. Insomma, il lavoro fatto è tanto ma ce n’è altrettanto da fare. E oltre i cittadini, che devono fare la loro parte buttando i rifiuti nel contenitore giusto, una grossa responsabilità ricade sulle spalle dei produttori. Non solo di chi fa gli imballaggi, ma anche di chi quel tipo di contenitori li richiede: basta entrare in un qualsiasi supermercato per vedere i prodotti avvolti da contenitori inutili o sovradimensionati: dalla scatola del dentifricio, odioso simbolo dello spreco di carta, che finisce tra i rifiuti pochi istanti dopo il primo utilizzo, ai formaggi avvolti in due membrane di plastica e poggiati sul polistirolo, fino alla frutta esotica, carica di imballaggi per ogni singolo avocado o mango messo in vendita. E ancora, contenitori di plastica o prodotti da forno sovradimensionati e cartoni dei succhi con il beccuccio in plastica di difficile rimozione. 

La questione, troppo spesso ignorata, è la sovrapproduzione di imballaggi che vengono messi in circolazione dall’industria alimentare e non solo. Intanto, a partire dal 2021 in tutta l’Unione europea saranno vietati piatti, posate, cannucce, cotton fioc e altri materiali in plastica monouso. È il cambio epocale imposto dalla direttiva Ue 2019/904 sulla riduzione dell’incidenza della plastica sull’ambiente, che ha tra gli obiettivi fissati la raccolta differenziata del 90% delle bottiglie di plastica entro il 2029 e una quantità di contenuto riciclato minimo del 25% nelle bottiglie di plastica entro il 2025 e del 30% entro il 2030. La direttiva cita anche tra gli strumenti possibili quello che si muove sul principio che “chi inquina paga”. In questo senso, la plastic tax sugli imballaggi fa dell’Italia un’apripista europea. La speranza è che non serva solo a far cassa ma a stimolare una politica del packaging più saggia da parte delle imprese.