Strage dei canguri, da Prada a Dainese: ecco le 14 aziende italiane complici

Ducati, Diadora e Prada sono tre delle aziende che utilizzano per le loro produzioni la pelle di canguro. A fare i nomi è la Lav dopo che la scorsa settimana ha presentato – l’unica in Italia – il documentario “Kangaroo, a love-hate history” in cui i due registi australiani raccontano le sofferenze cui sono costretti questi animali che, da simbolo di una nazione, sono diventati vittime di una vera e propria strage.

“Quello dell’Italia, primo Paese importatore di pelli di canguro in Europa, è un primato di cui andare poco fieri – dichiara Simone Pavesi responsabile LAV Moda Animal Free – nessuna pelle o pelliccia, infatti, può definirsi “sostenibile”, ma questa filiera in particolare, presenta sofferenze inaccettabili per gli animali cacciati: una strage che provoca morti lente e dolorose, con un numero impressionante di vittime “collaterali”, cuccioli dipendenti dalle madri, deambulanti o ancora nel marsupio, animali feriti, o fuggiti in preda al panico, tutti condannati a lenta agonia”.

Oggi Lav individua i principali brand italiani, in primis alta moda e abbigliamento sportivo (calzature da calcio e tute motociclistiche) che fanno uso di pelli di canguro.

Tra queste l’associazione ne cita alcune:

Settore sportivo

Calcio: DIADORA, LOTTO, PANTOFOLA D’ORO

Motociclismo

DAINESE, DUCATI, GIMOTO, ALPINESTARS, VIRCOS

Settore abbigliamento

VERSACE, SALVATORE FERRAGAMO, PRADA

Settore calzaturiero

MORESCHI, MOMA, FABI

Da un primo tentativo di confronto avuto con alcune di queste aziende, è emerso che nessuna è consapevole delle criticità della filiera: dalle violente uccisioni di cuccioli e adulti, al volume delle uccisioni che stanno minacciando la sopravvivenza di intere specie.

“LAV ha già avviato mesi fa un confronto con le aziende coinvolte, alcune si sono dimostrate disponibili al dialogo come Ducati, Diadora e Prada, altre non hanno mai dato alcuna risposta, come Lotto, Pantofola d’Oro, Dainese, Alpinestar, Vircos, Versace, Ferragamo, Fabi, Moma, o addirittura respinto la richiesta di incontro con Lav come Gimoto e Moreschi. Da nessuna, comunque, abbiamo ricevuto comunicazione di impegni concreti per la dismissione di queste produzioni – dichiara Pavesi e aggiunge – nel corso degli incontri avuti abbiamo potuto appurare che, generalmente, i responsabili delle produzioni non sono al corrente del modo in cui gli animali vengono uccisi. Molti di loro sono rimasti scioccati dalle immagini di caccia che gli abbiamo mostrato, in altri casi, le aziende si trincerano dietro le certificazioni, o le garanzie date dal Paese di provenienza. Ma sappiamo bene che la realtà è un’altra: generalmente le aziende si limitano a verificare che l’approvvigionamento sia legittimo e rispettoso delle norme vigenti. Ma non indagano (o non vogliono indagare) se le norme che regolamentano le uccisioni sono applicate e se sono sufficienti ad assicurare adeguati livelli di tutela per gli animali, quali conseguenze possono avere le uccisioni di questi animali sull’intera specie, e così via. Abbiamo ampiamente dimostrato che la legge australiana non riesce ad assicurare un reale controllo sulle modalità di uccisione, e i sistemi di certificazione, come rivelato in passate inchieste, spesso presentano grosse mancanze e incongruenze”.