Grana Padano: “Certificheremo il benessere animale nelle nostre stalle”

Anche il Grana Padano Dop imbocca la strada del “benessere animale” in etichetta, come sempre più aziende stanno facendo in Italia. All’assemblea annuale del Consorzio di tutela è stato annunciato che l’obiettivo è quello di certificare i caseifici con il claim “Benessere animale in allevamento”. Il protocollo, che verrà inserito nel disciplinare, e che dovrà essere adottato da tutte le stalle che producono latte per il popolare formaggio italiano sarà modellato sui criteri di valutazione di benessere e biosicurezza elaborati dal CRenBA.

Come funzionano le linee guida del CrenBa

Il Centro di referenza nazionale per il benessere animale (Crenba) che fa capo all’Istituto zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, forma sia gli operatori addetti alla macellazione (obbligatorio per legge il rispetto di alcune regole per ridurre la sofferenza del capo), sia – su richiesta delle aziende – i veterinari che andranno a verificare il benessere animale in allevamento. Per farlo hanno a disposizione una scheda di diversi punti da rispettare (fino a 90 per i bovini da latte), che riguardano temi come l’alimentazione, lo stato dei locali, la libertà di movimento, lo spazio necessario, la condizione di salute del bestiame. Per ognuna di queste voci è possibile segnare lo stato riscontrato come insufficiente, sufficiente o ottimale. L’allevamento si considera conforme se supera il punteggio minimo definito (60%).

I dubbi degli animalisti

Come riportato dal Salvagente nel servizio dedicato alla moda del benessere animale in etichetta, nel numero di maggio scorso, le associazioni animaliste sono tutt’altro che contente di questa svolta delle grosse aziende, ritenuta un’operazione di facciata. Associazioni come Lav, Essere animali, Equal Animality e Ciwf hanno più volte documentato con immagini scioccanti, per esempio, le condizioni drammatiche dei suini negli allevamenti italiani. Secondo Gianluca Felicetti, direttore della Lega Anti-vivisezione: “Siamo di fronte a animal washing, alla stregua del green washing. Così come tutti i prodotti a un certo punto sono diventati ecologici e sostenibili, la stessa cosa sta avvenendo con i prodotti di origine animale riguardo il benessere. È marketing, non vi è logo o dicitura normata per legge”, spiega che Felicetti, che non è convinto neanche dell’azione del Crenba, il Centro di referenza nazionale per il benessere animale, che stabilisce le linee guida al riguardo. Indicazioni che non sono vincolanti. “Nel momento in cui c’è il mancato rispetto delle leggi è impensabile che abbiano credito standard volontari” sostiene.