Un giusto prezzo per cibo di qualità. La filiera agroalimentare si confronta

Sui campi italiani convenzionali, un chilo di pomodori da passata viene pagato 8 centesimi al chilo, un chilo di grano duro 22 centesimi, un litro di latte di pecora  55 centesimi e anche alimenti prodotti in zone di agricoltura montana (un tipo di attività che di per sé stessa si può ormai definire ’eroica’) subiscono lo stesso deprezzamento. Da questi numeri è partito il convegno “Un giusto prezzo per un prodotto agricolo di qualità”, organizzato da Mountain Partnership della Fao con la partecipazione di EcorNaturaSì, Legambiente, Banca Etica, Goel-Gruppo Cooperativo, Cooperazione Italiana e il ministero per le Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo.

Le ragioni del giusto prezzo

“Il primo passo da compiere è quello di riconoscere agli agricoltori il giusto prezzo per i loro prodotti, perché l’agricoltura cessi di essere un’attività inquinante e distruttiva del pianeta e una causa di sfruttamento lavorativo dei braccianti”, ha detto Fabio Brescacin, presidente EcorNaturaSì, il gruppo che arriva si è impegnato retribuire gli agricoltori 33 centesimi al chilo per il pomodoro da passata (a fronte di un corrispettivo medio di 8 centesimi)e 45 centesimi per il grano duro (circa 20 centesimi in media), oltre a garantire un euro al litro per il latte di pecora utilizzato per il suo pecorino (iniziativa, questa, analoga a quella annunciata da Coop nei giorni scorsi). Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, sottilinea che i prodotti venduti a prezzi troppo bassi spesso producono illegalità, come “lo smaltimento illegale dei rifiuti”. E non solo: dietro il prezzo basso dei prodotti agroalimentari si nascondono costi occulti che vengono ribaltati su tutta la società e hanno effetti non solo economici. Solo in Europa vengono spesi ogni anno 163 miliardi di euro per spese sanitarie legate all’esposizione agli interferenti endocrini, una categoria a cui appartengono quasi tutti i pesticidi utilizzati nell’agricoltura convenzionale. Per l’erosione dei suoli vengono stimati danni per 1,25 miliardi di euro in tutta Europa e l’Italia paga uno dei conti più salati: l’erosione riguarda un terzo della superficie agricola del Paese e genera una perdita annuale in produttività agricola di 619 milioni di euro.

Le idee in campo per sostenere l’agricoltura di qualità

Fa autocritica rispetto a una politica di attenzione alle produzioni soltanto di nicchia, Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food: “Anche dietro la produzione industriale ci sono dei piccoli produttori, come si è visto con la protesta dei pastori sardi”. Interessante la testimonianza di Vincenzo Linarello, presidente di Goel, che in Sardegna con un lavoro ostinato, che ha incontrato diverse intimidazioni della ‘ndrangheta, è riuscito a mettere sù un modello di produzione che riesce a pagare le arance biologiche 40 centesimi a chilo invece che i 5 centesimi di media, assicurandosi la piena regolarità contrattuale di tutti i lavoratori.

“Salvare i produttori di montagna”

Giorgio Grussu della Mountain Partnership/Fao ha presentato un’iniziativa globale a sostegno dei piccoli produttori di montagna nei paesi in via di sviluppo. Dall’amaranto nero nativo della regione andina boliviana, soprannominato il caviale vegetale, al riso viola degli imperatori, coltivato nella regione himalaiana dell’India e destinato un tempo solo agli imperatori cinesi. Sono questi alcuni dei progetti di salvaguardia e valorizzazione, anche economica, su cui si concentra l’attenzione del progetto in collaborazione con Slow Food e finanziato dalla Cooperazione Italiana. “Il messaggio che, cerchiamo di comunicare ai consumatori è il valore aggiunto di questi prodotti: coltivati senza pesticidi e fertilizzanti chimici, spesso in ambienti e climi ostili, spesso manualmente, spesso da comunità di sole donne, in aree isolate, emarginate, lontane dai mercati”, spiega Giorgio Grussu. L’agricoltura oggi, infatti non riesce a compensare chi lavora nel settore, fenomeno particolarmente accentuato nelle regioni montane, tra le più marginalizzate in termini sociali, politici ed economici. “Le montagne soffrono per una filiera lunga che vede l’intervento di troppi intermediari che lasciano ai produttori un compenso troppo basso che non ripaga dei costi sostenuti”, ha spiegato Grussu.

Alessandra Pesce, sottosegretaria di Stato del Mipaaft, intervenuta dichiarando che “Si devono individuare interventi organici, mirati a favorire i processi di aggregazione tra i produttori, che permettono una riduzione dei costi di produzione e un più forte potere contrattuale. È fondamentale riconoscere a questi prodotti il giusto prezzo, non solo per la qualità, ma per il loro plus intrinseco legato alla sostenibilità ambientale”.