Pomodoro cinese, affare italiano. Chi lo usa (per l’estero) e chi non ne vuole sapere

Pomodoro cinese, affare italiano. Questo il titolo dell’inchiesta di copertina del nuovo numero del Salvagente che ha sollevato, con un reportage approfondito e senza veli, il viaggio del concentrato di pomodoro che sbarca alle frontiere di Napoli e soprattutto di Salerno, per poi diventare italiano e ripartire per il resto del mondo, Europa compresa.

Acquista qui il nuovo numero del Salvagente con il nostro reportage sul pomodoro cinese

Ad accompagnare il servizio di copertina del numero che trovate in edicola, abbiamo anche iniziato sul web a sentire cosa ci raccontano i principali produttori italiani. Abbiamo iniziato, come era logico, da Mutti, pioniere del concentrato. Oggi abbiamo voluto sentire “La Doria” e “conserve Italia”.

La Doria: il concentrato estero non è per l’Italia

Antonio Ferraioli con “La Doria”, quotata in borsa da oltre vent’anni, è presente con polpa, passata e pelati nei mercati esteri e in Italia, producendo per marchi della grande distribuzione (private label). “La Doria” è forte nel mercato inglese e del nord Europa, in Giappone ed Australia. Nel 2017 ha trasformato 280mila tonnellate di pomodoro fresco italiano e rappresenta il 10% della produzione di pelati e polpa. “Il nostro fatturato consolidato nel 2016 è stato di 670 milioni di euro, di cui il 26% rappresentato dalla linea rossa. Esportiamo tra il 75% e l’80% della produzione. Fin dagli anni ottanta, abbiamo scommesso sulle private label perché eravamo già presenti e operanti nei mercati esteri, dove era più facile per noi puntare su questo segmento. La differenza fra un prodotto di fascia alta e bassa è data più dal packaging (coperchio ad anello e scatola interna laccata) e dal grado di concentrazione del succo, ma la materia prima è comunque ottima. Nei nostri stabilimenti viene utilizzata una piccola porzione di concentrato estero, per produrre i baked beans (fagioli in salsa di pomodoro), non destinati al mercato italiano”.

Conserve Italia: etichetta obbligatoria contro l’illegalità

Altra importante realtà è quella di “Conserve Italia”, che, oltre a marchi consolidati, come “Valfrutta” e “Cirio” produce per le private label. Nel 2017 ha lavorato 350mila tonnellate di pomodoro italiano. È il secondo trasformatore, per fatturato, dopo Mutti. Il concentrato che produce, tutto nostrano, rappresenta il 5% della produzione complessiva, commercializzata in Italia e all’estero, all’80% con i propri marchi e al 20% con marchi della GDO. Il suo presidente, Maurizio Gardini è da sempre in prima linea contro “il problema delle sacche di illegalità che si muovono intorno al concentrato cinese. Ho più volte indicato come l’unica soluzione per contrastare tali fenomeni fosse quella di rendere obbligatoria l’indicazione di origine della materia prima nelle etichette di tutti i derivati del pomodoro. Un’istanza che ha finalmente trovato risposta nel recente Decreto interministeriale sull’etichettatura del pomodoro”.

Quanto a “Conserve” Italia prosegue Gardini “la distintività del nostro modello produttivo ed economico è racchiusa nell’essere un’autentica filiera cooperativa italiana, che quotidianamente adempie ad un’unica mission: valorizzare la materia prima delle migliaia di soci agricoli conferenti e tutelare il loro reddito. Nella produzione di tutti i nostri trasformati di pomodoro utilizziamo solo prodotti italiani. Conserve Italia non acquista materia prima dall’estero per nessuna delle referenze di passate e polpe e concentrato, né per quelle destinate all’estero, né a marchio né per la marca del distributore”.