Pensioni, l’Inps non può richiedere le cifre erroneamente accreditate

Caro Salvagente,

l’Inps dal mese di dicembre del 2007 al mese di novembre 2017, ha addebitato, per 84 mensilità, 20 euro quale “recupero crediti” sulla pensione di mia madre, recuperando un totale di 1680 euro. Il motivo non ci è mai stato chiarito. Faccio presente che non abbiamo mai avuto risposta alle lettere inviate sia a mezzo pec che dalla piattaforma web dell’istituto, e cosi mi sono recato direttamente alla sede Inps di Caserta per avere chiarimenti. Solo 10 giorni dopo, contattandoci telefonicamente, ci è stato spiegato che tali addebiti erano motivati dal fatto che mia madre ha percepito erroneamente degli accrediti su altra pensione alla stessa intestata, significando, che le somme di spettanza sono state erogate dall’Inps in “doppio” anche sull’altra pensione. Ad ogni buon conto, se l’errore è dipeso dall’Inps (non per dolo dell’interessata) quanto recuperato può essere restituito? Grazie

Antonio Romano

Per fornire dei chiarimenti al nostro lettore abbiamo chiesto un parere al nostro esperto Paolo Onesti che cura ogni mese la rubrica Pensioni sul Salvagente.

Ecco la sua risposta:

 

La sentenza n. 482 della Corte di Cassazione dell’11 gennaio 2017 ha stabilito che l’Inps non può chiedere al pensionato la restituzione di somme erroneamente corrispostegli se non in caso di dolo che va comunque e sempre dimostrato. In caso di “errori”, è quindi corretto procedere al ricalcolo della misura spettante del trattamento pensionistico e la messa in pagamento dell’importo dovuto. Ma non sempre e in tutti i casi può essere chiesta al pensionato la restituzione di quanto erogato, non per sua colpa, per gli anni pregressi..

Resta adesso da chiarire nei minimi dettagli quali siano le situazioni interessate dalla sentenza ovvero quelle in costanza delle quali, non si è tenuti a restituire quanto indebitamente riscosso. Nell’ordinamento giuridico italiano, per dolo si intende in genere il comportamento “cosciente” di chi, traendo altri in errore, ne vizia il consenso inducendo ad un “negozio giuridico” che  non si sarebbe altrimenti voluto, per averne un illecito guadagno.

Quando la richiesta di restituzione è fondata

Si tratta ora di stabilire in modo chiaro il giusto campo di applicazione della sentenza  e i suoi destinatari sapendo in anticipo che ci sarà chi vorrà introdurre termini severi e restrittivi che poco si combinano con lo spirito della sentenza.

Per esempio, costituisce “azione dolosa”  avere denunciato il proprio reddito in ritardo o avere per età, stato di salute  e/o inesperienza commesso errori nella compilazione dei moduli RED non sempre così facili da comprendere nel modo dovuto? A nostro avviso in caso di errore involontario da parte del pensionato non ci sarebbe  “colpa” da parte del pensionato e comunque ne andrebbe sempre dimostrata la malafede.

Per finire, il principio sancito dalla sentenza n. 482/2017 andrebbe equamente esteso ad altre situazioni di potenziale  indebita percezione di somme relative anche a prestazioni sostitutive del salario o per assegni familiari.