Il “giusto prezzo” del bio: NaturaSì riconosce ai produttori un extra per aria, acqua e suolo puliti

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Dalla lattuga ai finocchi, l’insegna del biologico Naturasì rende esplicita la quota pagata agli agricoltori per i servizi ecosistemici. Sullo sfondo, i costi nascosti dell’agricoltura convenzionale: 12,7 trilioni di dollari l’anno.

Pagare il cibo non solo per quello che pesa sullo scontrino, ma per ciò che produce in termini di aria pulita, acqua non contaminata, suolo fertile, biodiversità e contrasto alla crisi climatica. È l’obiettivo della campagna 2026 di NaturaSì, “Il giusto prezzo del cibo per la salute dell’uomo e della Terra” che dopo la trasparenza sul prezzo lanciata nel 2025, ora esplicita la quota riconosciuta agli agricoltori per i servizi ecosistemici. “Alla trasparenza nella formazione dei prezzi alimentari dello scorso anno – spiega Fabio Brescacin, presidente di NaturaSì – abbiamo aggiunto una declinazione del compenso che garantiamo all’agricoltore, distinguendo il prezzo pagato per il prodotto da quello pagato per i servizi ecosistemici, quali mantenimento della fertilità del suolo, rispetto della biodiversità, salute e tutela del paesaggio, solo per citarne alcuni”.

Finocchi e insalata: quanto vale la tutela dell’ambiente

Il meccanismo è semplice e dichiarato. Per i finocchi, ad esempio, NaturaSì riconosce 1,80 euro al chilo al produttore: 1,25 euro coprono i costi di produzione (lavoro agricolo, qualità, imballaggio); 0,55 euro rappresentano il compenso per i servizi ecosistemici. Stesso principio per l’insalata: a fronte di un costo di produzione di 1,33 euro al chilo, il produttore riceve 2 euro, con un differenziale di 0,67 euro destinato a remunerare la tutela delle risorse naturali. “Sono valori che è bene conoscere – dice Brescacin – per capire che, acquistando un prodotto biodinamico o biologico, si investe non solo sul prodotto in sé ma anche sulla propria salute e su quella dell’ambiente nel quale tutti viviamo. Allo stesso tempo è importante avere la consapevolezza che pagando un prezzo troppo basso, sarà qualcuno o qualcos’altro a farne le spese”.

Il “vero costo” del cibo

Il tema è quello del True cost of food: il prezzo sugli scaffali non include i costi ambientali e sanitari generati dai modelli agricoli intensivi. Secondo stime internazionali, i costi nascosti della produzione agricola convenzionale ammontano a 12,7 trilioni di dollari l’anno, circa il 20% dell’intero valore economico mondiale. Un esempio evocativo: un pomodoro venduto a 3 euro al chilo avrebbe in realtà un costo complessivo di 11 euro se si considerassero gli impatti ambientali e sanitari. In un modello biodinamico, come quello sviluppato in Egitto dal progetto Sekem, il “vero costo” scenderebbe a 4 euro. Helmy Abouleish, amministratore delegato di Sekem e vincitore del premio “Eroi della Terra” 2024 del Programma Onu per l’ambiente, sostiene che l’agricoltura biodinamica può ridurre l’impronta ecologica di CO₂ e che strumenti come i crediti di carbonio possono contribuire ad abbassare i prezzi finali. Tuttavia, il carbon credit inciderebbe solo per il 7% dei costi nascosti, mentre il 73% sarebbe legato agli impatti sulla salute umana.

Servizi ecosistemici: un patrimonio che vale miliardi

Il riconoscimento economico dei servizi ecosistemici è oggetto di studio da decenni. Già nel 1997 l’economista Robert Costanza stimava un valore globale superiore al Pil mondiale; aggiornamenti successivi parlano di circa 150 mila miliardi di dollari. In Italia, secondo uno studio pubblicato su Ecological Indicators, gli ecosistemi generano benefici per 71,3 miliardi di euro l’anno, ma con perdite significative di capacità di protezione e assimilazione degli inquinanti in diverse province. Anche Ispra collega la perdita di biodiversità a un aumento del rischio di malattie batteriche, virali e parassitarie per l’uomo, il bestiame e le colture.