
Le lavoratrici agricole in Italia guadagnano in media il 25% in meno degli uomini. Un settore dove il lavoro irregolare favorisce anche minacce e violenze sessuali. La denuncia nel nuovo Quaderno dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil
Un reddito più basso di 1.800 euro, indipendentemente dall’età, dalla cittadinanza, dal titolo di studio e dal territorio di residenza. È il divario salariale che subiscono le lavoratrici dipendenti agricole in Italia, che percepiscono ogni anno 5.400 euro lordi annuali contro i 7.200 dei loro colleghi uomini. Una differenza del 25% che spesso costringe le lavoratrici a cercare altri lavori aggiuntivi per arrivare a fine giornata. Da queste cifre, elaborate dalla ricercatrice Istat Annalisa Giordano, si snoda l’analisi di “(Dis)uguali”, il nuovo Quaderno dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil, dedicato alla condizione di pluri-sfruttamento delle donne in agricoltura.
Quante sono le lavoratrici agricole in Italia
Le lavoratrici agricole impiegate in agricoltura nel nostro Paese sono circa 300mila, quasi un terzo del totale dei lavoratori dipendenti contrattualizzati, ma diverse ricerche indicano che potrebbero essere molte di più, considerati i rapporti di lavoro totalmente informali: ActionAid stima che le lavoratrici straniere irregolarmente occupate in agricoltura possano oscillare tra le 51mila e le 57mila unità.
I ricatti sessuali e i ruoli differenziati
In molti casi le lavoratrici delle campagne, oltre a guadagnare meno degli uomini, sono confinate in particolari ruoli della filiera. Spesso si trovano costrette a conciliare responsabilità di lavoro e di cura, a volte sottoposte perfino a ricatti sessuali, come accade alle lavoratrici più vulnerabili e con meno tutele. Tra le donne impiegate in agricoltura maggiormente vulnerabili, infatti, sono purtroppo frequenti forme di sfruttamento e violenze, a cui si associa stigma sociale e trauma, che può anche trasmettersi alle generazioni successive. Un fenomeno, quello analizzato nel Quaderno dalla psicologa e psicoterapeuta Luana Timperio, noto come “trauma transgenerazionale”. Alle lavoratrici agricole, inoltre, è spesso richiesto di far conciliare lavoro nei campi e lavoro di cura, un’operazione difficile anche causa della mancanza dei servizi territoriali di supporto. Mancano asili nido accessibili in termini di costi e orari – sottolinea nel Quaderno la sociologa Federica Dolente – trasporti pubblici che colleghino le zone rurali ai centri urbani dove si trovano servizi essenziali anche per la salute riproduttiva, e non ci sono iniziative di sostegno alla genitorialità e alla cura.
La storia di una donna bulgara sfruttata in Calabria
Il quaderno della Flai-Cgil racconta anche la storia di una donna di 28 anni, costretta a lavorare nei campi in Calabria senza contratto, né paga, né libertà decide di scappare dal luogo dove era tenuta sotto controllo. Lo fa insieme a tre suoi connazionali bulgari. Dopo la fuga hanno paura, ricevono telefonate minacciose. Sanno che i loro sfruttatori li stanno cercando. La donna era arrivata in Italia pochi mesi prima, lasciando ai parenti un figlio di 9 anni. In Germania, dove aveva vissuto col compagno, riusciva a sopravvivere facendo lavori saltuari. Poi l’offerta: “Venite in Italia, c’è lavoro in una fabbrica di cipolle, 9 euro l’ora, 1.200 euro al mese, affitto a 100 euro”. All’arrivo, però, non c’era alcuna fabbrica, nessuna paga oraria, nessun alloggio decente. Si trovano a dormire in una vecchia struttura turistica abbandonata, senza elettricità né ventilazione, con altre venti persone accampate tra pavimenti sporchi e coperte logore. Ogni giorno venivano caricati su furgoni e portati nei campi, anche a un’ora di distanza, per raccogliere ortaggi. In due mesi di lavoro estenuante, la donna aveva ricevuto appena 90 euro. Quando avevano chiesto di essere pagati, uno degli altri lavoratori era stato picchiato dal caporale davanti a tutti. Per lei era stato ancora più umiliante: il mediatore che l’aveva portata in Calabria le aveva suggerito di “concedersi” sessualmente al caporale per ricevere il salario pattuito. Si rifiuta. E poi decide di fuggire e di contattare l’antitratta, che tempestivamente interviene.
L’assenza di cure, gli aborti clandestini
Questa è una delle storie citate da Maria Rosa Impalà e Rosanna Liotti del progetto antitratta Incipit, racconti di sofferenza e di riscatto, che contribuiscono peraltro a svelare i meccanismi del pluri-sfruttamento femminile in agricoltura. “Si tratta di un sistema che carica le donne di compiti invisibili, non retribuiti e non riconosciuti (…): lavorano nei campi ma sono anche impiegate per cucinare, pulire, accudire gli uomini del gruppo, senza riconoscimento né retribuzione. Se si ammalano, nessuno le cura. Se restano incinte, devono abortire segretamente, con gravi rischi per la salute”.
I ghetti
Sono le lavoratrici agricole migranti, in particolare, ad essere spesso “sfruttate, mal retribuite, ricattate ed esposte a gravi abusi perché donne, perché straniere, perché prive dei documenti di soggiorno o necessitate a rinnovarli, perché povere, perché vittime di tratta, perché sole o, al contrario, perché madri/mogli investite di responsabilità familiari”, ricorda nel Quaderno la ricercatrice Idos Ginevra Demaio. Diverse tra queste donne, poi, si trovano ad abitare negli insediamenti informali presenti nel nostro Paese, i cosiddetti “ghetti”, dove sopravvivono migliaia di lavoratori e lavoratrici delle nostre campagne. Secondo un’indagine di Cittalia per Anci e ministero del Lavoro, a cui hanno risposto poco meno della metà dei Comuni italiani, in 4 ghetti su 10 tra quelli mappati è stata rilevata la presenza femminile, parliamo di 1.868 donne su circa 11mila persone, ovvero il 17% delle presenze complessive stimate. In alcuni di questi insediamenti l’incidenza femminile supera il 50%.
“Raccontarle è un atto politico”
Il terzo Quaderno dell’Osservatorio Placido Rizzotto si apre col ricordo, curato dalla documentarista Rai Lucrezia Lo Bianco, della vicenda di Paola Clemente, morta di fatica nel luglio del 2015 nelle campagne di Andria. Una morte assurda e inconcepibile, che ha fatto strada all’approvazione della legge 199/2016 contro sfruttamento e caporalato, una norma fortemente voluta e spinta dalla Flai Cgil che si accinge a compiere dieci anni. Secondo il segretario generale della Flai Giovanni Mininni, “Raccontare la condizione delle donne in agricoltura, infatti, non è soltanto un esercizio di analisi sociologica, ma un atto politico e sindacale: significa portare alla luce una realtà che si vorrebbe nascosta, rompere il silenzio che circonda le lavoratrici, dare un nome e un volto a chi vive e lavora nei campi, nelle serre, nei magazzini ortofrutticoli”.









