Emissioni, la classifica dei cibi con più impatto ecologico. Maglia nera a carne e formaggi

Che aspetto avrebbero gli scompartimenti dei supermercati se i cibi in essi contenuti fossero etichettati a seconda del loro grado di sostenibilità? Da questa domanda è partita la fondazione Openpolis per metterei in ordine gli alimenti di consumo comune in una scala di maggiore o minore impatto ambientale. I prodotti di origine animale – in particolar modo la carne di manzo, di agnello e i formaggi – sono quelli che più contribuiscono alle emissioni di gas serra.

Non conta solo il km zero ma anche il tipo di prodotto

“In generale – scrive Openpolis – tutti i prodotti provenienti da allevamento e coltivazione, e quindi dall’utilizzo di suolo, sono quelli più inquinanti. I trasporti, spesso erroneamente indicati come principali responsabili dell’impatto antropico sull’ambiente, causano in realtà una quota piuttosto ridotta delle emissioni totali”. Ad esempio, l’impronta ecologica di una banana importata in Europa dall’Ecuador è decisamente inferiore rispetto a quella di un formaggio prodotto in una fattoria locale. Nonostante il valore di consumare cibi prodotti a chilometro zero sia innegabile, per fare la differenza da un punto di vista ecologico sarebbe importante anche prestare attenzione al tipo di prodotto che si acquista.

L’85% delle emissioni in Italia da cibi di origine animale

In sintesi, una quota molto elevata delle emissioni di gas serra causate dalle abitudini alimentari dei cittadini europei provengono da prodotti di origine animale come carne, uova e formaggio. 80% delle emissioni di gas serra causate dal consumo di cibo, in Ue, provengono dagli alimenti di origine animale. In Italia, Lituania, Repubblica Ceca e Grecia, la quota arriva fino all’85%, mentre il dato più basso si registra in Bulgaria, dove ammonta al 75%.

I limiti del Nutri-score

Sulla base di queste elaborazioni, Openpolis, riferendosi ai tanti tentativi di etichette ecologiche e alimentari (tra cui il Nutri-score), sostiene: “Da anni ormai gli esperti e le istituzioni dibattono su come persuadere i cittadini ad adottare una dieta più sana e meno inquinante. Le etichette a semaforo sicuramente non sono l’unica soluzione possibile, ma potrebbero efficacemente informare i consumatori e spingerli a compiere scelte più consapevoli e sostenibili”. Sui limiti del Nutri-score, Openpolis scrive: “Attraverso la strategia Farm to fork, parte dello European green deal, l’Ue intende armonizzare l’etichettatura dei cibi entro la fine del 2022″, “Non è ancora certo che la valutazione ambientale venga inclusa nel Nutri-score”.

 

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La metodologia

I dati sono stati elaborati sui quelli di Obc Transeuropa. Sono misurate le emissioni di gas serra lungo la catena di approvvigionamento in chilogrammi di anidride carbonica equivalente (kgCO₂eq) per chilogrammo di cibo. I dati sono riferiti alle emissioni mediane globali di gas serra dei prodotti alimentari sulla base di una meta-analisi (2018) della produzione alimentare che copre 38.700 aziende agricole commercialmente redditizie in 119 paesi. La frutta a guscio e alcuni altri prodotti hanno cifre negative perché all’epoca in cui è stato condotto lo studio gli alberi (che immagazzinano Co2) stavano sostituendo i terreni coltivati.