La lettera di 50 scienziati a Draghi: “Fermare l’inganno della decarbonizzazione con il Ccs di Eni”

ENI

“L’uso e lo stoccaggio della CO2 (il cosiddetto Ccus, CarbonCapture Use and Storage) è realmente una tecnologia socialmente accettabile?” da questa domanda parte la lettera aperta firmata da oltre 50 accademici e scienziati italiani rivolta al presidente della Repubblica e al premier per contestare l’ipotesi, rivelata a inizio novembre da Greenpeace al Salvagente di destinare 150 milioni della legge di Bilancio gli impianti presenti a Ravenna, di proprietà Eni. Il Ccus, conosciuto anche come Ccs, da tempo solleva le critiche e le proteste delle associazioni ambientaliste che lo ritengono una falsa soluzione al problema delle emissioni inquinanti.

La lettera di oltre 50 scienziati

Con loro sono d’accordo i mittenti della lettera aperta, a prima firma Vincenzo Balzani, Professore Emerito, Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, dell’Università di Bologna. “Se vogliamo proteggere e salvare l’umanità e il pianeta e invertire decisamente la rotta dell’attuale surriscaldamento globale provocato dai gas climalteranti – chiarisce la lettera -c’è una sola strada percorribile: diminuire drasticamente e con urgenza l’uso dei combustibili fossili”. Gli obiettivi dell’Europa sono chiari: ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra (principalmente CO2 e metano) di almeno il 55 % entro il 2030 e diventare il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. Secondo Balzani, invece, “Il Ccus per produrre idrogeno da metano è una tecnologia che anziché contribuire a risolvere il problema lo rende più grave e lo prolunga nel tempo. Come dire, un doloroso e insensato accanimento terapeutico. Il proporre lo stoccaggio e l’uso della CO2 rappresenta un alibi straordinario per continuare a produrre anidride carbonica contribuendo all’attuale trend di crescita esponenziale del disastro ambientale. E perseverando scelleratamente a privatizzare utili e socializzare i costi”.

Il no di Bruxelles

Dopo aver ricordato che recentemente la stessa Commissione Ue si è espressa negativamente rispetto alla richiesta di finanziamento del gigante energetico italiano per il Ccs, gli scienziati entrano nel merito. Intanto, ricordano che il Dipartimento per le politiche economiche, scientifiche e di qualità della vita della direzione generale Politiche interne della Commissione, nel suo recente studio sostiene che per avere un’Unione Europea ad emissioni zero nel 2050 si possa e si debba fare a meno della cattura e dello stoccaggio della CO2.

Perché chiedere soldi pubblici per il proprio inquinamento?

Poi, continua la lettera: “Le compagnie petrolifere sono tra le principali responsabili delle emissioni di gas climalteranti di cui abbiamo imparato a riconoscere e misurare gli effetti – disastrosi – su scala planetaria. Le attività di produzione di energia sono responsabili del 75% delle emissioni di gas serra dell’Ue ed oggi il sistema energetico dell’Ue si basa per tre quarti sui combustibili fossili”. Per questo, si chiedono i firmatari “è irragionevole chiedere che l’industria del petrolio debba innanzitutto rimettere ordine in casa propria, attingendo a risorse proprie senza scaricare sulla fiscalità generale l’onere degli investimenti necessari per la decarbonizzazione? I costi “esterni” delle attività petrolifere (sia upstream sia downstream) sono ampiamente pagati dalla collettività in termini di decessi, maggiore spesa sanitaria, perdite di raccolti e di giornate di lavoro, perdita di Pil., ecc. ecc., causati dal cambiamento climatico”.

Il Ccs darà nuova spinga al mercato del gas

In seconda battuta, secondo gli scienziati che hanno firmato a lettera, “L’iniezione e lo stoccaggio della CO2 nei pozzi in via di esaurimento o già esauriti daranno nuova linfa alle attività estrattive di gas e petrolio. Non è casuale che lo stoccaggio del carbonio sotterraneo su scala commerciale sia stato finora effettuato solo in giacimenti di petrolio o gas operativi (recupero avanzato di petrolio/gas) e non in altre formazioni geologiche”. Per l’Europa, l’associazione Oil& Gas Europe ha fornito un elenco di progetti aggiornato a luglio 2021: solo tre progetti tra quelli in elenco sono operativi e tutti sono associati al recupero di petrolio e/o gas naturale. “Si tratta di una semplice coincidenza?” si chiedono Balzani e gli altri: “La CO2 può essere iniettata in giacimenti di petrolio/gas esauriti (o quasi esauriti) per aumentare la loro pressione e fornire la forza trainante per estrarre petrolio e gas residui, mentre la CO2 iniettata rimane lì immagazzinata”. Così facendo può essere estratto fino al 40% dell’olio residuo rimasto in un giacimento dopo la produzione primaria. “Un dubbio ed una domanda sorgono spontanei: Eni intende forse incrementare i quantitativi estratti e prolungare il ciclo di vita dei giacimenti nell’Alto Adriatico iniettando e stoccando CO2 nei suoi pozzi più longevi?” si chiedono gli scienziati.

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Come evitare le attività di ripristino ambientale

Ancora un punto sottolineato dalla lettera aperta: “Lo stoccaggio di CO2 in pozzi in via di esaurimento o già esauriti esime i concessionari di coltivazione dall’effettuare costosissime attività di ripristino ambientale: dai 15 ai 30 milioni di euro per singola piattaforma, secondo il Roca di Ravenna”. Considerato che le piattaforme di Eni in mare sono 138 (fonte: Progetto Poseidon, Eni), riconvertire le stesse piuttosto che smantellarle eviterebbe costi stimabili mediamente in oltre 3,15 miliardi di euro. “Per quale ragione – si chiedono Balzani e gli altri firmatari – per evitare di appesantire i bilanci delle compagnie Oil&Gas, la collettività dovrebbe contribuire al finanziamento di costosissimi progetti privati di cattura, trasporto, iniezione e stoccaggio di CO2? Siamo alle solite: si privatizzano i profitti e si socializza tutto il resto, esternalità negative comprese”.

Un nuovo mercato che piacerebbe anche a Enel

Secondo la lettera aperta, infine, “Eni sa perfettamente, e non da ieri, che il Ccus costituisce un’arma formidabile per sviluppare un nuovo mercato, con potenzialità e profittabilità come pochi altri. Eni ed Enel ci avevano già lavorato sopra, giungendo a perfezionare nel 2008 un accordo strategico di cooperazione per lo sviluppo delle tecnologie di cattura, trasporto e stoccaggio dell’anidride carbonica”, mentre nell’ottobre del 2007 Il Sole 24 Oresi era spinto fino a prefigurare la nascita di un mercato della CO2 di dimensioni planetarie “fatto di impianti innovativi per la cattura e il trattamento delle emissioni di centrali a carbone di nuova generazione, di gasdotti per la CO2, pompaggio negli strati geologici profondi (acquiferi salini sotto i 1500 metri, a prova anche di rischio sismico), di unità di controllo e monitoraggio dei depositi”.

Il rischio della scorciatoia verso il nucleare

“In un Paese in cui la partita energetica la giocano in pochi (Eni, Snam, Terna ed Enel) – scrive Balzani – con il placet di Governo, Parlamento, Arera, Autorità per la concorrenza e Cassa Depositi e Prestiti; in cui il mancato insediamento della Commissione PniecPnrr sta causando gravi ritardi nel processo di autorizzazione di centrali solari con potenza maggiore di 10 MW; in cui Stato e Regioni non riescono a trovare la quadra sul permitting di impianti per la produzione di energia da fonte rinnovabile; in cui appare sempre più inverosimile raggiungere l’obiettivo, tanto caro al Ministro Cingolani, di 114 gigawatt rinnovabili al 2030, il Ccus si candida ad essere una comoda scorciatoia (in attesa del nucleare, ovviamente!) e rischia di compromettere seriamente un serio percorso di decarbonizzazione del sistema di produzione e consumo”