Etichettatura: “Carne da allevamento intensivo? Così non lo sapremo mai”

CARNE ETICHETTATURA

Greenpeace critica la proposta del governo italiano per l’introduzione di un’etichettatura che indichi il benessere animale perché – rispetto anche ad altri sistemi adotatti in Europa – basata su “criteri fuorvianti” come ad esempio stabilire in poco più di un metro quadrato (tra l’altro il minimo stabilito dalla legge) lo spazio necessario per far crescere un suino di 170 kg.

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Percorrendo questa strada, secondo Greenpeace, i consumatori italiani non sapranno mai se la carne che stanno mangiando proviene da un allevamento intensivo.

Scrive Simona Savini della campagna Agricoltura di Greenpeace Italia: “Nel nostro paese, il ministero delle Politiche agricole e quello della Salute stanno da tempo lavorando a un sistema di certificazione su base volontaria del ‘benessere animale’, basato sulla classificazione ‘ClassyFarm‘. Alla fine di questo processo sarà probabilmente istituita una nuova etichetta di benessere animale, applicata ai prodotti alimentari di origine animale e ottenuta secondo i criteri stabiliti dai due ministeri.

Criteri fuorvianti

Tutto bene quindi? Purtroppo no – prosegue in una nota – perché, a giudicare dalle informazioni – poche e frammentarie – rese note finora dai ministeri competenti, i criteri scelti sono assolutamente insufficienti a garantire un reale miglioramento del benessere animale. Le nuove etichette rischiano così di essere fuorvianti, illudendo le persone di poter acquistare prodotti più rispettosi del benessere animale, e penalizzanti per gli allevatori virtuosi, già impegnati in una vera transizione dei sistemi di allevamento, i cui prodotti verrebbero equiparati a quelli provenienti dagli allevamenti intensivi.

Basti pensare, ad esempio, che secondo i criteri previsti attualmente, per ottenere la certificazione di benessere animale basterebbe allevare un suino di 170 kg in poco più di un metro quadrato di spazio (il minimo stabilito dalla legge), o che tra le misure ammissibili rientrerebbero anche interventi come la costruzione di biodigestori per i liquami zootecnici. Una misura, quest’ultima, che non solo non ha nulla a che vedere con il benessere animale, ma che spesso richiede contesti con densità molto elevate, in cui il benessere animale e la sostenibilità difficilmente possono essere garantiti“.

La soluzione tedesca di Aldi

Per queste ragioni Greenpeace e diverse altre associazioni chiedono da tempo di adottare criteri più ambiziosi, che portino a una certificazione con diversi livelli progressivi di benessere animale, al chiuso e all’aperto, per incoraggiare gli allevatori a migliorare gradualmente i metodi di allevamento puntando ad una progressiva riduzione delle densità animali e al superamento dei metodi di allevamento intensivi, a partire dall’uso di gabbie.

“Una simile etichetta per la carne – spiega Greenpeace – è impiegata da tempo su base volontaria nei supermercati tedeschi, e pochi giorni fa una delle principali catene del paese, Aldi, si è impegnata a eliminare gradualmente dai suoi scaffali di carne fresca i prodotti appartenenti alle due categorie più basse del benessere animale, con l’obiettivo di offrire ai clienti solo prodotti con i due standard più elevati entro il 2030“. In questo quadro l’Italia rischia di rimanere indietro: “Quale momento migliore invece per la politica italiana per fornire una risposta in linea con la scienza e adeguata anche alle aspettative dei cittadini?” si domanda Greenpeace.