La ricerca dell’Università di Napoli: dagli scarti del finocchio un prezioso integratore di polifenoli

SCARTI DEL FINOCCHIO

Ci sono scarti che possono davvero valere oro. È il caso di quelli del finocchio pianta comunemente considerata autoctona nel bacino del Mediterraneo di cui l’Italia rappresenta uno dei maggiori produttori, con circa 532mila tonnellate l’anno. Le quantità colossali di residui che si generano nell’industria e che normalmente finiscono in mangimi, fertilizzanti e combustibili potrebbero diventare fonti molto interessanti di polifenoli. Un ingrediente a buon mercato di integratori efficaci, come ha scoperto uno studio del dipartimento di Farmacia dell’Università di Napoli.

Scarti del finocchio: una miniera di polifenoli

“Questi rifiuti vegetali e i sottoprodotti contengono una quantità considerevole di composti interessanti, come gli antiossidanti, che possono essere recuperati e utilizzati efficacemente come ingredienti nella progettazione di nuovi alimenti sani o in formulazioni nutraceutiche”, spiega il professor Alberto Ritieni, autore della ricerca.

La parte esterna del finocchio rappresenta il principale residuo dell’industria del finocchio. Precedenti indagini scientifiche suggeriscono che i rifiuti di finocchio contengono un’ampia gamma di composti correlati alla salute umana, inclusi i polifenoli, metaboliti secondari delle piante che esercitano un’ampia gamma di importanti proprietà biologiche in grado di ridurre lo stress ossidativo e l’infiammazione. Una grande quantità di dati provenienti da studi epidemiologici supporta un’associazione inversa tra diete ricche di polifenoli e l’incidenza di diverse malattie legate all’età.

La ricerca dell’Università di Napoli

“Per esercitare appieno le loro proprietà biologiche, però, i polifenoli devono essere disponibili per l’assorbimento nel tessuto bersaglio”, spiega il professor Ritieni. E aggiunge: “Inoltre, diversi studi hanno dimostrato che l’assorbimento dei polifenoli avviene principalmente nella fase del colon dopo essere metabolizzati dal microbiota intestinale”.

La ricerca dell’Università di Napoli mirava proprio a fornire un’analisi completa del profilo polifenolico dell’estratto acquoso di scarti di finocchio e a valutare la bioaccessibilità dei composti fenolici totali e la capacità antiossidante durante una digestione gastrointestinale in vitro utilizzando due formulazioni nutraceutiche a base di capsule non resistenti agli acidi (NAR) e resistenti agli acidi (AR) per fornire dati utili su questa innovativa fonte di molecole attive e sulla loro efficacia in diverse formulazioni nutraceutiche.

“Dopo la digestione gastrointestinale in vitro – spiega il professor Ritieni nella ricerca –  l’estratto contenuto nelle capsule AR ha mostrato una maggiore bioaccessibilità in entrambe le fasi duodenale e del colon rispetto alle capsule NAR, suggerendo che le condizioni gastriche acide hanno influenzato negativamente i composti polifenolici rilasciati dalle capsule NAR”.

La prospettiva interessante, dunque, sarebbe quella di utilizzare l’estratto acquoso di scarto di finocchio come una fonte innovativa e facilmente disponibile di polifenoli alimentari.