Wwf: su olio di palma responsabile dieci anni di promesse non mantenute (e si salva solo Ferrero)

Le grandi aziende alimentari sono in ritardo sui loro impegni per eliminare i danni ambientali causati dalla catena di approvvigionamento di olio di palma. A dirlo è il Wwf che ha pubblicato un duro report, “Palm Oil Buyer Scorecard”, in cui accusa gli attori della filiera di aver sprecato un decennio in promesse non mantenute. Come racconta FoodNavigator, il report ha preso in esame 173 rivenditori, produttori e società di servizi alimentari provenienti da Australia, Belgio, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Indonesia, Irlanda, Italia, Malesia, Paesi Bassi , Polonia, Portogallo, Singapore, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti. Ciascuna società è stata valutata in base ai propri impegni di approvvigionamento di olio di palma sostenibile e politiche di deforestazione nelle loro catene di approvvigionamento, tra le altre cose. All’interno del report vengono dati i voti anche a due aziende italiane, Ferrero, conosciuta in tutto il mondo, e unigrà.

Ferrero il migliore

Il colosso che usa l’olio di palma per produrre la nutella (ha sempre difeso l’utilizzo di questo ingrediente nonostante tutte le criticità dal punto di vista ambientale e sanitario), ha ottenuto un punteggio molto alto, 21,5 punti su un massimo di 22. La compagnia ottiene ottimi risultati per far parte della tavola rotonda per l’olio di palma sostenibile (Rspo), per aver mantenuto tutti gli impegni presi in quella sede, e per averli applicati non solo alla compagnia ma anche alle società affiliate, e per aver coperto con gli impegni tutta la produzione di olio di palma di cui si serve. Giudizio sufficiente invece sulle politiche per evitare la deforestazione.

Unigrà appena sufficiente

Unigrà, invece, opera nel settore della trasformazione e vendita di oli e grassi alimentari, margarine e semilavorati destinati alla produzione alimentare, in particolare dolciaria. Gode di una numerosa rete di distributori e importatori in più di 100 Paesi nel mondo.  Per Unigrà il giudizio del Wwf non è altrettanto generoso che per Ferrero. Qui il giudizio è 10.5 su 22, appena sufficiente, ma va detto che a fronte di ottimi risultati per l’appartenenza al Rspo, gli impegni mantenuti e applicati anche alle società affiliate, ma ottiene un risultato al di sotto delle aspettative nella copertura totale dagli impegni rispetto all’olio utilizzato, e un appena sufficiente negli impegni contro la deforestazione.

Un decennio di promesse non mantenute

In generale però, a parte Ferrero, il quadro non è incoraggiante: nessuna azienda ha raggiunto il punteggio più alto nella nuova valutazione del Wwf. I marchi “non sono riusciti a rispettare i propri impegni sull’olio di palma, contribuendo alla distruzione di habitat e specie vulnerabili tra cui orangutan ed elefanti”. “Gli impegni di lunga data di marchi e coalizioni industriali per eliminare la distruzione della natura, compresa la deforestazione, dalle loro catene di approvvigionamento di olio di palma sono falliti”, ha affermato il Wwf.  Il Wwf ha concluso che dopo oltre un decennio di consapevolezza sugli impatti negativi dell’olio di palma su foreste, comunità e clima, era “totalmente inaccettabile che qualsiasi azienda che utilizza olio di palma si muovesse troppo lentamente o schivando completamente l’azione”.

Greenpeace contro Wwf sull’olio di palma

Il Wwf ritiene che il passaggio all’olio di palma sostenibile, attraverso i certificati della Tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile (RSPO), sia l’approccio migliore per affrontare i danni ambientali ampiamente documentati causati dall’olio di palma. Questo però va in direzione contraria a quanto sostengono altre Onge, come Greenpeace,secondo cui il palma sostenibile non è realizzabile.  Secondo il Wwf, invece, boicottare completamente l’olio di palma sarebbe controproducente in quanto l’olio di palma sarebbe non solo estremamente versatile, ma anche molto produttivo, con una resa molto maggiore di quella di altri oli vegetali, da una terra molto più piccola. Pertanto, il passaggio a alternative come l’olio di soia o di cocco potrebbe mettere a rischio più habitat.