Sigarette elettroniche: dopo la bufera, Big Tobacco è pronta a prendersi tutto

Nella bufera che ha travolto la sigaretta elettronica negli Stati Uniti e di conseguenza anche nel resto del mondo, dopo le morti (11 accertate ad oggi) e le centinaia di ricoveri di svapatori abituali, c’è una domanda rimasta in secondo piano, e che forse merita maggiore attenzione, per capire meglio: come si sono posizionati i big del tabacco in questa battaglia di Trump e amministratori locali contro le  e-cig?

Philip Morris International, British American Tobacco, Imperial Brands, Japan Tobacco International, and China Tobacco, questi i nomi dei cinque maggiori multinazionali del settore, non si sono distinte né tra le fila dei detrattori delle e-cig, né tanto meno tra chi le difende dalla furia proibizionista. Da un lato, la prudenza è chiara, visto che i grandi gruppi stanno investendo anche nel settore soprattutto con la produzione di dispositivi: Japan Tobacco International con Logic, British American Tobacco con Vype, Imperial Brands con Blu. Philip Morris, che aveva avviato l’entrata in società con Juul, altro marchio internazionale dello svapo, ha bloccato la fusione in seguito alle polemiche di queste settimane, che hanno spinto il ceo di Juul, Kevin Burns, a dimettersi (pur non essendo l’azienda coinvolta nelle morti sospette). E probabile però che a tempesta passata, l’affare vada in porto. Intanto, però, Philip Morris può contare sulla proprietà di Iqos, che usa una tecnologia diversa – surriscalda il tabacco senza la vaporizzazione – ed è uno dei prodotti di punta del settore.

La mossa per superare la frantumazione del settore

Settore che però, e qui arriviamo a uno snodo cruciale, è ancora molto frantumato, come ci conferma un esperto che lavora nella distribuzione di liquidi per lo svapo, e che vuol rimanere anonimo: “Non esiste un oligopolio per quanto riguarda la produzione di dispositivi. A parte il fatto che il 99% ad oggi vengono di fatto costruiti in Cina, le marche in vendita sono una miriade, così come molti sono i produttori di liquidi e aromi per lo svapo”. La facilità di assemblaggio dei composti che vanno a ricaricare i serbatoi delle e-cig rende difficile per le multinazionali l’imposizione di un mercato gestito da pochi soggetti in grado di avanzare grossi capitali.

Dai sistemi aperti…

“È questo il punto”, ci dice l’esperto. “Finché le sigarette elettroniche sono basate su sistemi aperti, le multinazionali non possono restringere la concorrenza a pochi soggetti per spartirsi fette di mercato più ampie”. Una grossa mano gliela darebbe una legislazione che rende difficile e molto onerosa la messa in commercio di liquidi. E in effetti il vento soffia in questa direzione. La Food and drug Administration sta preparando un documento che, come ha annunciato il commissario Ned Sharpless, dovrebbe sottoporre la commercializzazione di liquidi a una sistema di approvazione più rigido, e nel frattempo “toglierà dal mercato le sigarette elettroniche aromatizzate a meno che e fino a quando i produttori non forniscano prove scientifiche a sostegno dell’utilità per la sanità pubblica della vendita dei loro prodotti”.

…ai sistemi chiusi

Il problema è che un tipo di meccanismo del genere rischia di essere di fatto una barriera fortissima per il mercato. Così come riporta il giornale di riferimento dello svaping in Italia, sigmagazine, gli operatori Usa hanno accusato la Fda di aver posto regole tali da “minacciare la sopravvivenza del 90 per cento industria del vaping e di lasciare, di fatto, campo libero al fumo tradizionale”. L’esperto consultato dal Salvagente commenta: “Di fronte alla paura generata dall’utilizzo indiscriminato di liquidi non autorizzati e regole fatte solo per chi ha milioni da investire, la strada viene spianata per chi produce dispositivi con sistemi chiusi”. Come quello che usa le cartucce, Iqos, o le capsule, Juul. Ed ecco forse spiegato perché pur investendo molto nel settore, Big tobacco non si è sporcato le mani in difese ad oltranza della sigaretta elettronica. Passata la bufera, resteranno in piedi in pochi, e saranno i più grossi. C’è da capire se anche l’Europa, che ha bisogno di rivedere le regole per chiudere le falle, si accoderà al nuovo corso.