Falsi prosciutti Dop, via gli ispettori che hanno scoperto la truffa

Chi sbaglia paga? In questa vicenda probabilmente è vero – purtroppo il contrario. Dopo  la defenestrazione del presidente, si sono dimessi in blocco i quattro ispettori dell’Ipq, l’Istituto Parma qualità, l’ente di certificazione del Prosciutto di Parma Dop, anche per protestare contro lo stallo che da mesi paralizza l’attività di controllo che rischia che nei prossimi mesi finiscano sul mercato 3 milioni di falsi prosciutti.

I 4 membri del CoCe, il  Comitato di certificazione, che è stato “rinnovato” ad ottobre scorso durante il commissariamento dell’Ipq, in questi mesi hanno anche loro contribuito – insieme agli ispettori inviati da Roma – a svelare la portata della truffa – prosciutti Dop ottenuti da maiali danesi e fuori peso, in spregio alle regole del discipliare del Consorzio di tutela – che come abbiamo raccontato ieri, ha arrecato e continuerà se non verrà bloccata, un danno alle tasche dei consumatori, visto che almeno una coscia su tre di quelle immesse sul mercato sono state pagate il doppio di quanto valessero effettivamente.

Le dimissioni aggiungono un altro elemento di preoccupazione rispetto alla rotta che l’Ipq intende prendere rispettoa quella che si delinea come la più grande truffa ai danni di uno dei gioielli del made in Italy. Intanto la “proprietà” dell’Ipq ovvero il Consorzio di tutela del prosciutto di Parma, Assica, l’Associazione industriali delle carni e gli allevatori dell’Unapross, ovvero coloro che dovrebbero essere semplicemente dei controllati e che invece “controllano” il controllore, ha nominato un nuovo direttore dell’Istituto Parma qualità, che si insedierà lunedì: si continuerà a fare pulizia ovvero si provvederà a togliere il marchio del prestigioso Parma alle false cosce Dop? Oppure no?

In questi giorni l’attività dell’Ipq, sottoposta a un nuovo “commissariamento” per 3 mesi,  è paralizzata: nessuna ispezione, nessun via libera a nuove certificazioni e sono sospese anche le analisi sulle cosce per valutare il rapporto iodio/grasso che serve a capire se l’alimentazione dell’animale è conforme con quanto previsto dal disciplinare.

Chi pagherà per tutto questo? Non possono essere i consumatori dove per troppo tempo, forse dal 2015, si stati scaricati i costi di una filiera nella quale, dai macelli ai big dei salumi, hanno avuto tutti le loro convenienze a nascondere la frode.