100mila cosce di falso Parma Dop da smarchiare: l’ente di controllo “dorme” e viene di nuovo sospeso

Si è aspettato forse fin troppo per togliere il marchio del Prosciutto di Parma a circa 100mila cosceoltre alle 810mila già bloccate nel 2018 – ottenute da maiali incrociati con verri danesi non ammessi dal disciplinare del Consorzio. E chi doveva vigilare sulla conformità, ovvero l’Ipq, l’Istituto Parma qualità, l’ente di certificazione che vigila sul rispetto del disciplianre del prestigioso crudo, forse non è stato così solerte a provvedere alla smarchiatura. Così Accredia, l’Ente italiano di accreditamento che vigila a sua volta sugli enti di certificazione, ha sospeso l’Ipq per 3 mesi. Si tratta del secondo atto sanzionatorio a carico dell’Ipq nell’ambito della triste vicenda dei falsi prosciutti Dop: l’anno scorso, insieme all’ente di certificazione del San Daniele, aveva ricevuto una sospensione di 6 mesi.

Ipq rischia la revoca

Il regolamento di Accredia prevede che se un ente di certificazione supera i 9 mesi di sospensione in un triennio rischia la revoca dell’autorizzazione ad operare: non può più operare e certificare alcun alimento. Essendo il prosciutto di Parma uno dei gioielli del made in Italy in Italia e nel mondo la macchia sul sistema rischia davvero di essere ingombrante.

Cosa non va nella tracciabilità del Parma

Mentre da ieri sono in corso ispezioni presso la sede dell’Istituto Parma qualità, la vicenda rischia di mettere anche in evidenza un’altra falla del sistema ovvero la tracciabilità del prodotto nei magazzini di stagionatura. Sembrerebbe infatti che i ritardi nella smarchiatura dei prodotti falsi Dop siano legati anche a difficoltà oggettive nell’individuare le cosce da “declassare”. Difficoltà legate a un sistema di tracciabilità che in molti sostengono debba essere rivisto.

Tre interessi in gioco

Nella vicenda di Prosciuttopoli è la stessa compagine che “regge” l’Ipq a traballare. Le tre componenti dell’Istituto Parma qualità, il Consorzio del prosciutto di Parma, Assica, l’Associazione industriali delle carni e l’Unapross, l’Unione nazionale tra associazioni produttori suini, per mesi non avrebbero trovato una soluzione anche perché c’è chi proponeva una soluzione più soft per uscire dallo scandalo senza preoccuparsi troppo dei consumatori che magari si troverebbero costretti a pagare un prezzo elevato per un Dop, portando in tavola un comune prosciutto.