Il pericolo bisfenolo nei cartoni della pizza. Le nostre analisi esclusive

Per anni abbiamo guardato con sospetto, prima, timore poi, i biberon che davamo ai nostri neonati. Il nemico invisibile era rappresentato da una sigla all’apparenza come tante altre, Bpa, acronimo che svolto aveva un nome ben più temibile: Bisfenolo A. Un composto di sintesi utilizzato nella produzione della plastica, diventato protagonista

Il nuovo numero del Salvagente, in edicola da sabato 23 marzo, con le analisi esclusive sui cartoni della pizza che mostrano la cessione di bisfenolo A all’alimento. Potete già scaricarlo qui

delle cronache dai primi anni duemila, quando se ne è scoperta la capacità di interferente endocrino, in grado cioè di alterare lo sviluppo e l’equilibrio del sistema ormonale incidendo sulla fertilità. In parole povere capace di produrre anomalie riproduttive, cancro al seno e alla prostata, diabete e malattie cardiache. Lunghi anni di allarmi – per lo più inaspettati – e poi finalmente la decisione, nel 2011 di bandirlo dai biberon europei. Ma che oggi, come dimostrano le analisi del Salvagente, lo ritroviamo in 2 cartoni su 3 per la pizza in concentrazione elevate, superiori a quelle consentite per i contenitori in plastica, e la “traccia” che quei cartoni sono stati prodotti con carta riciclata, vietata dalla legge per la pizza.

Un allarme che viene dai biberon

La messa al bando del Bpa nei biberon e tettarelle è una svolta che ha tranquillizzato i genitori (e che era già stata anticipata, come spesso accade, dalla scelta autonoma di molti produttori di vendere solo biberon Bpa free) ma non ha fatto calare il sipario sulla pericolosità del bisfenolo. Dalle tettarelle ai contenitori per alimenti (piatti e bicchieri di plastica, recipienti per microonde) alle pellicole fino ai rivestimenti protettivi per lattine e alla carta termica degli scontrini, il passo è stato breve. E le ricerche internazionali hanno continuato a mostrare contenuti spesso allarmanti di questa sostanza negli oggetti di consumo quotidiano.
Quello che non ci saremmo mai aspettati è di dover guardare con sospetto anche tipi di contenitori che con la plastica non dovrebbero aver nulla a che fare, come carta e cartone. E invece le analisi realizzate dal Salvagente mostrano per la prima volta che anche in questi materiali è nascosto il terribile interferente endocrino.

Bpa “a portar via”

È quanto abbiamo scoperto analizzando tre contenitori in cartone per la pizza, quelli – per intenderci – destinati a ospitare l’alimento più amato dagli italiani quando è destinato all’asporto. Su tre marchi che abbiamo deciso di portare in laboratorio, ben due hanno mostrato in analisi che il bisfenolo migrava dalla scatola all’alimento. Nelle misurazioni abbiamo calcolato la media riferita a 3 prove condotte su uno stesso campione e i risultati mostrano chiaramente che il composto pericoloso è contenuto in quantità per nulla tranquillizzanti in due campioni su tre.
A finire in analisi prodotti di altrettante aziende internazionali: la Liner Italia, la spagnola Garcia de Pou e la tedesca Izmir. Tutt’e tre le aziende si definiscono leader nella produzione, commercio ed esportazione di contenitori alimentari, e, vista la quantità di pizza d’asporto consumata nel nostro paese, abbiamo pochi dubbi che siano utilizzate dai nostri pizzaioli.
Che si possono trovare, così come i loro clienti, inconsapevolmente a contaminare la pizza con l’interferente endocrino, senza alcuna certezza. Mentre nella pizza (o per meglio dire nel simulante utilizzato in casi come questi per effettuare queste prove) ospitata nei contenitori della Liner non è stata rilevato Bpa, infatti, i cartoni di Garcia de Pou e Izmir hanno fatto rilevare la migrazione di bisfenolo rispettivamente di 179 ppb (parti per miliardo) e 311 ppb.
La domanda conseguente – e più che naturale – è ovviamente se queste quantità siano tali da allarmare o possano essere considerate nei limiti. La risposta, purtroppo, è che si tratta di una quantità di Bpa che sarebbe illegale se questi contenitori per alimenti fossero realizzati in plastica mentre non esiste alcuna norma che li regola in carta e cartone e dunque, a rigore di codice, potrebbero essere considerati ammissibili.

Regole tiepide e poco coraggiose

Ovviamente il fatto che le norme italiane ed europee non abbiano stabilito limiti nel cartone per le pizze non ci tranquillizza: è semplicemente dovuto al fatto che nessuno, neppure i legislatori, si aspettava di trovare il bisfenolo in questi materiali.
Per la verità la Commissione europea ha fatto ben poco dopo il bando nei biberon del 2011. Ancora lo scorso anno, contrariamente a quanto chiesto dall’Echa (l’Agenzia europea delle sostanze chimiche), tanto il Parlamento europeo che la Commissione non hanno votato per la messa al bando del bisfenolo A ma solo per un giro di vite.
La commissione Envi Ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare del Parlamento europeo il 14 gennaio 2108 pur abbassando i limiti di migrazione del Bisfenolo A dai contenitori agli alimenti (da 600 a 50 parti per miliardo) e portare a zero la soglia negli involucri per alimenti destinati a bambini e neonati ha votato contro l’eliminazione totale di questa sostanza. Che ora è finita nella lista nera dell’Echa che, appunto, prevede l’eliminazione dal mercato.
Nonostante questa tolleranza – da molti giudicata eccessiva – con i valori che abbiamo misurato nelle nostre analisi i due contenitori per la pizza risultati contaminati sarebbero fuorilegge. Almeno se la norma fosse da considerare estesa a tutti i contenitori destinati a ospitare alimenti, come sarebbe logico, dato che stiamo parlando di un interferente endocrino tanto pericoloso.
Da dove viene questa contaminazione? Perché mai un materiale come la carta si trovi a ospitare una sostanza caratteristica delle plastiche e delle resine epossidiche? Possibile che si tratti di contaminazione ambientale, come raccontiamo nel caso della ricerca della pagina accanto?
Poco probabile. Più facile che a essere inquinato sia il cartone riciclato utilizzato.
Quello che invece è certo è che il Bpa non dovrebbe turbare l’appetito degli amanti della pizza. E che servano leggi e controlli per evitare di cominciare a guardare con sospetto anche il pizzaiolo di fiducia.

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