Lasciamogli una terra non avvelenata da diossine, pcb e altri veleni

Caro Salvagente, scrivo perché sono una delle prime persone che hanno firmato la vostra importantissima petizione contro i fanghi tossici. A mia volta ho chiesto ad amici e conoscenti di firmare, ma mi sono accorta che la maggior parte delle persone non ne sapeva niente. Adesso sono preoccupata perché negli ultimi tempi, vedo che la raccolta firme sta procedendo a rilento. La cosa che mi sorprende di più comunque è che, a parte voi, nessuno parla più di questa legge così assurda e pericolosa. Mentre tutti tacciono, avranno già cominciato a spargere i fanghi tossici sui terreni agricoli con gravi conseguenze per tutti. Mi chiedo che cosa si potrebbe fare perché più gente fosse invogliata a firmare. Il tempo stringe.

Annalisa Sopito

Cara Annalisa, il suo appello, davvero efficace, arriva – secondo noi non a caso – nel giorno in cui tutto il mondo migliore, quello dei nostri figli, scende in piazza per il clima e contro l’uso sconsiderato delle risorse che gli lasceremo.

Crediamo che la richiesta di fermare lo spargimento dei fanghi tossici sui nostri campi rientri, nel nostro piccolo, in questa domanda globale di non continuare ad avvelenare il pianeta. E per questo non molliamo e con noi non lo fanno le 80mila persone che come lei hanno firmato la nostra petizione su Change.org.

Ha ragione lei, Annalisa, nessuno parla della sconsiderata decisione di questo governo prima, e del Parlamento che ha peggiorato la prima versione del Decreto Genova, di alzare i limiti di sostanze come pcb, diossine, metalli pesanti, idrocarburi… Una scelta che ha aperto le porte a una contaminazione sconsiderata, come ha spiegato con durezza Franco Ferroni, responsabile Agricoltura & biodiversità del Wwf. O per dirla con le parole di Fiorella Belpoggi: “Il via libera a mille terre dei fuochi“. Al di là forse della volontà (ma non del tutto dalla responsabilità) di chi, come il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, si sta spendendo per sanare la ferita Campana e potrebbe trovarsi a dover contare molti altri territori italiani in “zona rossa”.

Ancora una volta proprio al minsitro dell’Ambiente chiediamo una risposta pubblica, un’iniziativa chiara, senza attendere oltre, perché come giustamente dice lei, Annalisa, dopo potrebbe essere tardi.

COS’È SUCCESSO CON IL DECRETO GENOVA

(Massimo Solani – il Salvagente dicembre 2018)

Sotto ai ponti si può trovare di tutto. Sotto quel che rimane del viadotto Morandi di Genova, invece, il governo ha infilato una brutta sorpresa che ha messo sul piede di guerra ambientalisti e comitati civici. Il tema è quello dei fanghi di depurazione, ossia i risultati del trattamento delle acque reflue civili e industriali. “Rifiuti speciali”, secondo la normativa italiana, che possono essere smaltiti con precise limitazioni utilizzandoli come concimi nei campi agricoli. Materia complicatissima, normata attraverso una giungla di codici spesso in conflitto fra loro ed esposta da sempre agli appetiti criminali di organizzazioni senza scrupolo che sul traffico illegale dei rifiuti hanno costruito imperi.
Materia, soprattutto, che riguarda da vicino la salute dei consumatori visto che dalle colture agricole di tutta Italia arrivano i prodotti che ogni giorno mettiamo in tavola. Per capire cosa è successo, però, occorre partire da un numero: il 41. È infatti all’articolo 41 del “decreto Genova” approvato per affrontare l’emergenza causata dal crollo del viadotto Morandi e far partire la ricostruzione che il governo a settembre inserisce “Disposizioni urgenti sulla gestione dei fanghi di depurazione”. “Al fine di superare situazioni di criticità nella gestione dei fanghi di depurazione, nelle more di una revisione organica della normativa di settore”, si legge infatti, il governo fissa a 1.000 milligrammi per chilo di sostanza tal quale il limite per gli idrocarburi pesanti C10-C40. È una modifica sostanziale che cambia decisamente le carte in tavola.
Per capirlo, occorre fare un passo indietro e spostarsi in Lombardia dove la giunta Maroni nel settembre del 2017 aveva approvato una delibera che innalzava a 10mila milligrammi per chilo di sostanza secca il limite previsto di idrocarburi nei fanghi che possono essere sparsi sui terreni agricoli. Contro la nuova norma, però, 51 sindaci del lodigiano e del pavese hanno presentato ricorso al Tar e a settembre (le date sono importanti, “situazioni di criticità nella gestione dei fanghi” era scritto nel “decreto Genova”) il tribunale amministrativo ha cancellato il nuovo limite imponendo alla normativa sui fanghi, sulla base delle sentenze della Cassazione, i limiti di concentrazione di sostanze nei terreni previsti dalla legge 152 del 2006 che stabilisce una soglia di 50 mg/kg di sostanza secca oltre cui imporre la bonifica. Ossia venti volte meno di quanto previsto nel “decreto Genova”.
Non sfugge poi il cambio di parametro, molto vantaggioso per chi vuole giocare con i limiti, fra sostanza secca e tal quale. Un metodo di valutazione che gli stessi tecnici del ministero giudicano “fuori prassi” in quanto la matrice è troppo variabile per che si possano fare analisi certe sulla sostanza contenuta e diluita. “E comunque – ci spiega una fonte interna del ministero dell’Ambiente che ha accettato di parlare al Salvagente – se vogliamo fare una comparazione possiamo dire che mille milligrammi sul tal quale corrispondono, indicativamente, a 5-8mila milligrammi sulla sostanza secca. La proporzione conosciuta scientificamente è più o meno questa.”

Sanatoria per il problema Lombardia

“Il ministro dei Trasporti Toninelli che dice di aver scritto con il cuore il decreto sferra un attacco senza precedenti all’ambiente e alla sicurezza della catena alimentare del nostro paese, perché con questi valori aumentati si determinerà una contaminazione delle falde e delle matrici alimentari”, accusa Angelo Bonelli dei Verdi. “Se non avessimo scritto questo nuovo testo, sarebbe stato adottato l’altro, con un limite stratosferico e conseguenze ben peggiori”, si difende il ministro. Di fronte alla polemica la maggioranza promette di intervenire in Parlamento al momento della conversione in legge del decreto. “Abbiamo trovato a giugno una situazione critica – spiega infatti il ministro dell’Ambiente Costa – e la mia intenzione era modificare il testo per renderlo più coerente con le esigenze di tutela della salute, ma i tempi erano stretti ed è stato necessario trovare un accordo all’interno della maggioranza per potere superare l’emergenza. L’alternativa sarebbe stata quella di lasciare un limite imposto dalle sentenze che allo stato attuale nessun gestore sarebbe stato in grado di rispettare con il risultato di accumulare pericolosamente i fanghi con la speranza di individuare soluzioni alternative come la discarica o gli inceneritori. Per non parlare del rischio del blocco dei depuratori. Sono consapevole che non sia stata la mediazione migliore”.

La toppa peggio del buco

Tutto risolto allora? Neanche per sogno. Perché alla Camera, se possibile, il testo peggiora ulteriormente. Ci pensa un emendamento presentato dai relatori Gianluca Rospi per il Movimento 5 Stelle e Flavio di Muro della Lega che mantenendo il limite di 1.000 mg per gli idrocarburi ne inserisce anche per gli Idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) le policlorodibenzodiossine e i policlorodibenzofurani (Pcdd/Pcdf), i policlorobifenili (Pcb), toluene, selenio, berillio, arsenico, cromo e cromo esavalente. Sostanze fin qua non contenute nella normativa e di conseguenza vietate. “Una sanatoria – accusa ancora Bonelli – in questo modo si autorizzerebbe ad accumulare sui terreni destinati all’agricoltura diossine, Pcb e microinquinanti tossici trasformando nel tempo quei terreni in aree da sottoporre a bonifica”.
“La norma fissa un limite di concentrazione di idrocarburi nei fanghi più alto rispetto a quello consentito per i terreni da bonificare – è il commento della deputata Silvia Benedetti del gruppo Misto Maie – e non risulta supportato da alcuno studio che ne provi la non pericolosità. La beffa sarebbe duplice, in quanto i cittadini si ritroverebbero campi inquinati legalmente e a dover sostenere il costo delle future bonifiche. Dopo grandi contestazioni al decreto Galletti si ripresentano soglie molto simili e espressi su una unità di misura, il tal quale, che non può dare sicurezza di controllo. Vero che c’è differenza fra prevedere limiti nei fanghi o prevederle come concentrazione nei terreni da bonificare, ma continuando a spargere fanghi che contengono quelle sostanze prima o poi i limiti sono violati. Mi lascia poi perplessa – conclude – che la nuova normativa non faccia distinzioni fra tipologie di idrocarburi, alcune delle quali assolutamente naturali”. A difendere il senso della norma e l’emendamento dei relatori, però, ci ha pensato direttamente il ministro Costa. “Non parliamo di fanghi industriali – ha spiegato – parliamo solo ed esclusivamente di fanghi provenienti dalla depurazione delle acque reflue derivanti da scarichi civili e da insediamenti produttivi dell’agroalimentare”.

Scarti industriali nelle acque reflue

La realtà, però, non è affatto questa. Innanzitutto perché negli scarichi civili degli insediamenti urbani finiscono anche le acque reflue usate da impianti industriali, e poi perché le norme regionali possono concedere ampie deroghe alla normativa. È il caso di quella lombarda che autorizza in ingresso dei depuratori civili per l’utilizzo in agricoltura anche molte tipologie di rifiuti: da quelli della lavorazione del legno, della produzione di carta, polpa cartone pannelli e mobili a quelli della lavorazione di pelli e pellicce dell’industria tessile passando per i rifiuti da produzione, formulazione, fornitura e uso di prodotti chimici organici di base e plastiche, gomme sintetiche e fibre artificiali. E poi quelli derivati dalla produzione di prodotti farmaceutici, grassi, lubrificanti, saponi, detergenti, disinfettanti e cosmetici e prodotti della chimica fine e di prodotti chimici “non specificati altrimenti”. Tutti rifiuti che finiscono nei fanghi che poi vengono sparsi nei campi nonostante la legge del 1992 prescriva espressamente che non possano contenere “sostanze tossiche e nocive e/o persistenti, e/o bioaccumulabili in concentrazioni dannose per il terreno, per le colture, per gli animali, per l’uomo e per l’ambiente in generale”.
C’è poi un ulteriore elemento che rende ancora più difficilmente digeribile la nuova norma ed è la preoccupazione che i nuovi limiti possano finire per favorire anche chi con i fanghi inquinanti ha fatto affari violando le leggi senza rispetto per la salute umana e animale. “Grazie a queste nuove soglie più ‘generose’ anche chi è sotto processo potrà invocare la nuova legge – spiega un tecnico del ministero – e provare a farla franca in nome del principio del favor rei, ossia dell’applicazione della norma più favorevole all’imputato. La realtà è che questo decreto ha subito uno strano peggioramento a ogni passaggio ed è più che discutibile sul piano dei dati a supporto scientifico. Anche leggendo le relazioni tecniche che lo accompagnano, non sono noti gli studi sui quali si basano queste conclusioni e con i quali si possa escludere che si tratti di concentrazioni di sostanze non dannose per la salute”.
Questioni che ovviamente riaprono il dibattito sull’uso in agricoltura di fanghi derivati dal processo di depurazione che altrimenti andrebbero smaltiti in altra maniera. “Hanno un alto potenziale inquinante e dobbiamo tutelare la nostra filiera agricola e alimentare – ha commentato l’assessore regionale della Lombardia all’Agricoltura e al Cibo Fabio Rolfi – non possiamo incentivare una pratica le cui ricadute in termini ambientali sono dubbie. La Svizzera e certi land della Germania e dell’Austria hanno già vietato questi spandimenti. Vanno pensate forme alternative, come l’incenerimento”.
Neppure gli agricoltori sembrano contenti. “Si tratta di materiale che contiene elementi utili all’agricoltura e per quello che ci riguarda il discrimine è esattamente questo”, spiega Pietro Nicolai del dipartimento Sviluppo agroalimentare e territorio della Conferenza italiana degli Agricoltori (Cia). “Il loro utilizzo – continua – deve essere strettamente legato al miglioramento della fertilità dei terreni, nel rispetto della sostenibilità ambientale. Insomma, non è, e non può essere, un esercizio di smaltimento di sostanze generiche. Per questo riteniamo che la normativa sia obsoleta e da tempo ne chiediamo una revisione”.