Bufale, nuovo allarme brucellosi in Campania

In Campania è di nuovo allarme brucellosi delle bufale. L’Istituto zooprofilattico di Portici ha individuato, a marzo, 59 focolai di tubercolosi e 54 di brucellosi (le aziende agricole in Campania sono 1354): il rischio è particolarmente elevato motivo per cui è già scattato nella regione un piano di prevenzione. L’allerta dunque è massima anche perché la brucellosi, insieme con la tubercolosi bovina e bufalina e la salmonellosi, è malattia infettiva che si trasmettono all’uomo attraverso verdure e latte. Nel mondo ne sono rimaste colpite 500mila persone, tra cui veterinari, macellatori e allevatori.

Non è la prima volta che la Campania deve affrontare questa emergenza. Come ricostruisce oggi Il Mattino, la prima scattò nel 2007. Fu l’anno dei primi timori sull’estensione di infezione nelle bufale. Aborti spontanei delle femmine, irritazioni sul corpo sono i primi sintomi sugli animali. Nel 2008, per arginare l’epidemia, su un patrimonio allora di 1494 allevamenti per 263.514 bufale, fu istituito un commissario regionale. Doveva sovrintendere alle operazioni di controllo affidate all’Istituto zooprofilattico, disporre gli abbattimenti e assegnare i rimborsi agli allevatori su finanziamenti europei. Nei primi due anni, furono individuati 17.254 animali infetti. Il commissario Andrea Cozzolino dispose verifiche rigorose sulla filiera che portava alla produzione di mozzarella, anche su sollecitazione dei titolari di caseifici. Un sistema che, dal 2007 al 2009, ha portato all’abbattimento di 40mila bufale e risarcimenti di 50 milioni di euro. Lo scorso anno, da aprile a luglio, ci sono stati cinque rimborsi-sovvenzione per abbattimenti con cifre oscillanti dai 172mila ai 13600 euro.

La brucellosi è una malattia batterica in grado di colpire diverse specie animali tra cui bovini, bufali, pecore, capre suini, cani e animali selvatici ed è presente in tutto il mondo. È considerata la zoonosi più diffusa nel globo. Le brucelle sono microrganismi piuttosto resistenti nell’ambiente esterno: nei tessuti biologici sono in grado di sopravvivere alle basse temperature fino a 30 giorni. 

La malattia può provocare gravi danni economici agli allevatori perché causa negli animali aborti, infezioni genitali, ipofecondità, sterilità e diminuzione della produzione di latte. Inoltre può essere trasmessa dagli animali all’uomo, che ne è il fondo cieco (cioè la trasmissione da uomo a uomo è decisamente rara). L’infezione che possono contrarre le persone è nota come febbre di Malta o febbre maltese. Può propagarsi in modo diretto, attraverso il contatto con materiale biologico o animali infetti, oppure indiretto, mangiando alimenti di origine animale o manipolando attrezzi contaminati. 

Per il comune cittadino il cibo resta la via di trasmissione più comune e il consumo di latte crudo, di suoi derivati (crema, panna, yogurt, burro e gelato) e di formaggio fresco (non fermentato e non stagionato), è la più frequente sorgente di infezione. Il consumo di carni, anche se derivanti da animali infetti, non rappresenta un vettore significativo anche se non viene mai escluso (in genere la carne si consuma cotta e la carica batterica è più bassa). Dal momento che questi microrganismi non sono in grado di sopravvivere alle temperature di pastorizzazione, il principale fattore di rischio è quindi rappresentato dal consumo di prodotti lattiero caseari non pastorizzati.