E se dietro la crociata antirame ci fosse il fastidio per il biologico?

Cosa c’è dietro la “crociata” contro l’utilizzo dei sali di rame in agricoltura? Serve un po’ di chiarezza per capire i veri rischi per il consumatore e quelli, potenziali, per l’agricoltore. Specie se fa biologico.

Il rame viene utilizzato da sempre in agricoltura come antifungino. Il suo uso è autorizzato anche in agricoltura biologica. Va da sé che dipende dalle quantità, ma di per sé il rame non è nocivo. Anzi, è necessario per i nostro metabolismo. Il regolamento europeo n.1169/2011 indica come “valore nutrizionale di riferimento” (l’indicazione che ha preso il posto della precedente RDA, Recommended Daily Allowance o dose giornaliera raccomandata)  1 mg di rame al giorno; il reg.432/2012 addirittura autorizza l’uso di claim nutrizionali per gli alimenti che contengano una dose significativa di rame: “Il rame contribuisce al mantenimento di tessuti connettivi normali”, “Il rame contribuisce al normale metabolismo energetico”, “Il rame contribuisce al normale funzionamento del sistema nervoso”,  “Il rame contribuisce al normale trasporto di ferro nell’organismo”, “Il rame contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario”,  “Il rame contribuisce alla protezione delle cellule dallo stress ossidativo” e, per chi ci tenesse proprio, “Il rame contribuisce alla normale pigmentazione dei capelli” e “Il rame contribuisce alla normale pigmentazione della pelle”. In sostanza, non è giustificato nessun allarme sanitario connesso all’uso del rame che, al contrario, è indispensabile per il nostro organismo, alla pari del ferro, del calcio, del magnesio, del fosforo eccetera.

LA DIFFERENZA COI PESTICIDI

A differenza dei pesticidi sviluppati negli ultimi decenni, i sali di rame usati in agricoltura per il loro effetto fungicida non hanno effetto sistemico (non entrano, cioè, nel ciclo linfatico della pianta: radici, fusto, foglie e frutto, da cui non è assolutamente possibile rimuoverli), ma agiscono solo per contatto: rimangono sulla buccia e basta il normale risciacquo con acqua (non serve a niente aggiungere bicarbonato né tantomeno il sapone), che tutti a casa effettuiamo prima di consumare gli ortofrutticoli, e i sali di rame sono eliminati.

Questi due punti allo scopo di inquadrare correttamente gli aspetti sulla sicurezza dei frutti delle coltivazioni per la cui difesa si sia ricorso ai sali di rame: non c’è assolutamente il minimo motivo di preoccupazione per la salute!

I LIMITI ATTUALI

I sali di rame sono utilizzati da sempre non in tutte le coltivazioni (nessuno usa rame su cereali, foraggi o ortaggi da radice). L’uso è tradizionale sugli altri ortaggi, sulla frutta e sulla vite.

Fino al 31 dicembre 2005, il limite massimo utilizzabile in caso di necessità era di 8 kg di rame per ettaro all’anno; dal 1° gennaio 2006 il limite massimo è stato portato a 6 kg. per anno. Il fatto che sia ammesso non comporta che sia utilizzato, né che sia utilizzato alla dose massima consentita. Tant’è che in agricoltura biodinamica l’utilizzo del rame non è ammesso sulle colture orticole, mentre è ammesso in frutticoltura e viticoltura in caso di necessità, con un massimo di 3 kg per ettaro l’anno.

MANCANO ALTERNATIVE

Mentre per quanto riguarda la fertilizzazione e la difesa dagli insetti esistono valide alternative ai mezzi chimici di sintesi (dal compost di sostanze organiche alla rotazione colturale, alle consociazioni agli insetti utili e agli altri predatori naturali) per le malattie fungine gli agricoltori (biologici e convenzionali) non hanno molte frecce al loro arco: gli unici strumenti sono i sali di rame (il metodo tradizionale) e i pesticidi sintetici (che i produttori biologici nn utilizzano). I problemi con le malattie fungine dipendono essenzialmente dall’andamento climatico: un eccesso di piovosità nelle fasi vegetative “sbagliate” favorisce lo sviluppo non solo dei funghi che si vanno a cogliere in montagna e collina, ma anche di quelli nocivi per le coltivazioni.

È DAVVERO TOSSICO?

Secondo un report dell’EFSA, considerando i tempi di degradazione, sopra i 4 kg/anno il rame può esser tossico per la microfauna. Va detto che nello stesso report, l’EFSA ammette che il modello sperimentale utilizzato per valutare il rame non è molto adatto alle sostanze minerali, dato che è quello usato per valutare le sostanze sintetiche. Per questo motivo, la prossima valutazione del rame (tra 3-5 anni) sarà effettuata con una metodologia diversa, che sarà sviluppata nei prossimi mesi. E non è detto che le nuove conclusioni confermino quelle provvisorie basate su metodo non adatto.

I NUOVI LIMITI

Gli agricoltori biologici (dovrebbero farlo anche gli altri…) contano sul fatto che  la ricerca sviluppi metodi efficaci a minor impatto: è in corso il progetto di ricerca RELACS finanziato dalla UE per cercare alternative “naturali” ma efficaci al rame. Ma devono ricordare il precedente progetto condotto dal ministero delle Politiche agricole, che ha concluso riconoscendo i sali di rame come elemento centrale nella difesa dagli attacchi fungini.
Nell’attesa dei risultati, dall’anno prossimo, comunque, faranno riferimento al nuovo limite di 4 kg/anno per ettaro. Cosa succederà?  Se l’annata è buona, con clima come dio comanda, non ci saranno problemi, già finora se ne evitava l’uso quando non strettamente necessario, dei 4 kg che si sarebbero potuti utilizzare quell’anno, buona parte rimane nel sacco. Se l’andamento climatico sarà negativo, per alcune produzioni (in particolare per la vite) ci potranno essere invece rilevanti perdite produttive e la qualità dei prodotti che si salveranno potrà risentirne.

LA PROPOSTA DEL BIO

Per questo la proposta che a livello europeo i produttori biologici hanno avanzato è di considerare sì un limite massimo di 4 kg all’anno per ettaro, ma di calcolarlo in più anni. In parole povere, la proposta è di una quantità massima di 20 kg da “spendere” in cinque anni, considerando che l’impatto ambientale non si misura anno per anno, ma è una questione di accumulo. In questo modo, nelle annate favorevoli si starebbe di gran lunga al di sotto del limite, ma nelle annate eccezionalmente sfavorevoli si potrebbe contare sull’ancora di salvezza di poter usare 6 kg, per salvare il raccolto. Ferma, in ogni caso la quantità massima, solo che si propone di “spalmarla” in cinque anni. Ma è improbabile che la Commissione accetti la proposta.

Non manca chi pensa che la limitazione (proposta sulla base di modelli di valutazione che gli stessi valutatori ammettono non adatti) sia figlia di chi punta a rendere diseconomica la pratica del biologico, per dissuadere le aziende agricole da metterla in pratica.
Il biologico, nicchia fino a qualche anno fa, ora dà sicuramente fastidio alle grandi imprese della chimica di sintesi, che vedono nella continua crescita di questa pratica agronomica riduzioni importanti del loro fatturato, che minaccia di contrarsi ulteriormente per il futuro. Non manca, quindi, chi vede nell’orientamento della Commissione un pericolo pianificato da tempo, che dichiarando l’obiettivo di ridurre il peso della chimica nell’agricoltura in Europa, nei fatti penalizza proprio l’agricoltura biologica, l’unica prassi che di fatto rifiuta la chimica di sintesi. Il nuovo orientamento non sfiorerà nemmeno le aziende convenzionali che all’uso dei sali di rame preferiscono ben più aggressivi antifungini sintetici.