Al via Sana 2018: Il bio italiano cresce, ma all’estero pesa la concorrenza spagnola

Trent’anni in compagnia del biologico. È questo il traguardo raggiunto dal Sana, l’esposizione dedicata all’Alimentazione biologica, alla Cura del corpo naturale e bio e al Green lifestyle, che da ormai tre decadi ha luogo a Bologna. Quest’anno la fiera si svolge dal 7 al 10 settembre con un ricco programma convegnistico e di incontri programmati tra aziende e buyer internazionali, nei 52mila metri quadri dell’area. “Festeggiamo nel 2018 la trentesima edizione di SANA; in questi anni la manifestazione si è accreditata come interprete e vetrina, a livello italiano e internazionale, di un mercato in costante crescita ed evoluzione. SANA – dichiara Antonio Bruzzone, Direttore Generale BolognaFiere – è portavoce di un comparto, quello del biologico e del naturale, sempre più di rilievo per lo sviluppo del nostro Paese: negli anni lo abbiamo visto trasformarsi da settore di nicchia a driver di crescita e innovazione”.

Lo scenario

Secondo Roberto Pinton, presidente di Assobio, “Cresce il consumo nella grande distribuzione organizzata, mentre stanno rallentando i negozi specializzati, non per problemi di costi, ma per la comodità di acquisto nei supermercati che nel frattempo sono arrivati a un’assortimento di prodotti di diverse centinaia. Cresce molto anche il canale della consegna diretta a domicilio”. Riguardo il mercato estero, Pinton conferma il trend positivo: “Il biologico italiano continua a crescere, siamo intorno al 7-8% in più ogni anno, anche se su alcuni prodotti, come gli agrumi, pomodoro, ortofrutticolo in genere e olio, per esempio, comincia a crescere la concorrenza spagnola. Quello che gli manca e che invece esportiamo molto noi, sono i prodotti trasformati”.

Le sfide aperte

Il bio, nonostante il buono stato di salute, deve affrontare ancora dei punti critici, come spiega Pinton: “Noi continuiamo purtroppo a chiedere le stesse cose. Intanto che passi il criterio che chi inquina paga. Abbiamo una direttiva Ue che lo dice, ma invece l’agricoltore convenzionale che usa glifosate, presente in un terzo delle acque superficiali, e il metabolita ampa è presente in metà oltre i limiti, non deve pagare nulla. Mentre invece l’azienda bio che svolge una funzione di tutela dell’ambiente e del benessere degli animali, per deve pagare la certificazione per vedersi riconoscere che non inquina. Una cosa che non sta né in cielo né in terra”. Altra questione è quella del prezzo giusto: “Nel convenzionale chi fa latte, pomodoro, grano, ortofrutta, è alla canna del gas, perché sono pagati troppo poco dall’industria, non solo per le aste a doppio ribasso. Chiudono molte aziende o si resiste usando caporalato. Non possiamo permetterci una cosa così, dunque noi del biologico pretendiamo un criterio del prezzo giusto”. Pinton ribadisce anche il suo appoggio per la petizione del Salvagente e della Lav per abbassare al 4% l’Iva per i sostitutivi vegetali del latte: “È una cosa di pura civiltà, non è giusto bastonare una minoranza di persone che ha un’esigenza vera”.

I punti vendita: i numeri

Con 1437 unità raggiunte nel 2017, i negozi specializzati sono il 13% in più rispetto al 2013 e il 111% in più rispetto al 1993 (fonte: BIOBANK). Di questi, il 60% è concentrato nel nord Italia e il 45% ha aperto nell’ultimo decennio.Sul fronte dell’assortimento merceologico, la survey evidenzia come la maggior parte dei punti vendita proponga anche prodotti non-food: in particolare, l’81% espone prodotti naturali e certificati biologici per l’igiene della persona, il 76% offre cosmetici e prodotti erboristici (63%). Anche i prodotti per la cura della casa sono molto ricercati, trovando spazio nel 73% dei negozi.