Amalgama dentale, vietate nei bambini e nelle donne incinte

E’ entrato in vigore da qualche giorno il divieto europeo di utilizzare otturazioni in amalgama nei bambini sotto i quindici anni, nelle donne incinte o che allattino. Ciò è previsto dal Regolamento UE 2017/852, che contiene anche regole più severe per l’industria. L’azione che Parlamento e Consiglio hanno approvato, fa parte di una più ampia attuazione degli obiettivi della Convenzione di Minamata, mirante a limitare l’uso e il rilascio di mercurio nell’ambiente. La Convenzione richiede anche a ciascun Stato membro di impostare, a partire dal 1° luglio 2019, un piano nazionale per la generale riduzione dell’amalgama.

I rischi dell’amalgama

Uno studio pubblicato nel 2016 – di cui Il Salvagente ha dedicato un ampio speciale a firma di Peter D’angelo proprio quell’anno – dimostra come al crescere di carie curate con queste amalgama sale la quota di metallo che assorbiamo. Ad aiutarci a interpretare i risultati dello studio è Enrico Gherlone, primario di Odontoiatria all’ospedale San Raffaele di Milano che ci spiega come si tratti di un biomonitoraggio condotto su una popolazione di 14.703 soggetti per esaminare l’associazione tra numero di otturazioni in amalgama e concentrazione totale di mercurio nel sangue (THg), concentrazione di mercurio inorganico (IHG), concentrazione di metil mercurio (MeHg) (la forma più pericolosa) e concentrazione di mercurio urinario. I soggetti sono stati suddivisi in tre gruppi in base al numero di otturazioni in amalgama (nessuna; da 1 a 8; più di 8).
E i risultati hanno riacceso un allarme che sembrava sopito: effettivamente la concentrazione di mercurio nel sangue (mercurio totale e mercurio inorganico) è risultata proporzionalmente aumentata al crescere del numero di otturazioni. In particolare è stata rintracciata una quota maggiore di metallo in presenza di più di 8 otturazioni.
Il mercurio, dunque, non è inerte in bocca. E questo in pochi lo mettevano in dubbio. La novità è che la ricerca conferma che viene accumulato nel nostro organismo e aumenta nel sangue in relazione a quanto amalgama è stato utilizzato per curare le nostre carie. E questo smentisce la tesi “assoluzionista” che in molti si erano affrettati a sostenere dopo che un’inchiesta di Report nel 1997 aveva denunciato i rischi delle otturazioni nelle nostre bocche.

Vecchie certezze e nuovi sospetti

Eppure, nonostante quest’ultimo studio abbia confermato i pericoli è tutt’altra la versione che si legge in una nota dell’Associazione nazionale dentisti italiani “Studi scientifici molto accreditati – scrive l’Andi – hanno dimostrato che i pazienti portatori di numerosi restauri in amalgama non presentano un tasso di mercurio più elevato, né nel sangue né nelle urine, rispetto ai pazienti che non hanno restauri in amalgama”.
La tesi dell’Associazione dentisti, per la verità, è stata finora data per cristallizzata e certa. Se però fossero confermati i dati della nuova ricerca andrebbe rimessa in discussione. Così come andrebbe compresa la dinamica di interazione del mercurio (nei suoi diversi livelli di concentrazione) con il nostro organismo.

L’assenza di soglie di sicurezza sul mercurio

Ma quali rischi può comportare l’eventuale rilascio di mercurio dall’amalgama dentale?
Per capirci qualcosa in più, anche in questo caso, il professor Gherlone ci viene in aiuto. Che ci spiega come: “il mercurio possa creare criticità che dipendono dalla concentrazione del metallo all’interno dell’organismo (cioè dalla quantità assorbita), e che possono comparire – attenzione! – anche in soggetti non particolarmente sensibili”. Insomma, le reazioni all’accumulo di questo metallo pesante sarebbero modulate da una propria personale “suscettibilità individuale”; le criticità, cioè, si manifestano quando vi è stato un assorbimento del metallo, che supera il limite della “tolleranza individuale”.
“Ciò detto, però, è innegabile che vi siano delle categorie ritenute ‘particolarmente sensibili’”, spiega Gherlone. E il punto nodale è proprio questo: le soglie di sicurezza, che ad oggi non sono cosi chiare. Insomma servirebbero altri studi per approfondire la questione.

C’è poco da star tranquilli

Un’incertezza che tranquillizza poco chi si appresta a una cura dentistica o ha già in bocca una discreta quantità di “restauri in amalgama” come li definiscono dall’Andi.
E a poco possono servire i richiami tranquillizzanti di chi cita l’assoluzione di queste otturazioni, arrivata nel 2009, dalla Fda – la Food and Drug Administration, la massima autorità statunitense in materia di sicurezza alimentare e farmaceutica. È vero che l’Autorità aveva concluso che non vi sono prove sufficienti per sostenere un’associazione tra l’esposizione al mercurio dalle amalgame dentali e potenziali effetti negativi sulla salute negli esseri umani, ma è altrettanto vero che proprio la Fda ha anche ammesso che questa conclusione è basata piuttosto sulla mancanza di dati di riferimento precisi, che non sulla effettiva evidenza di un’assenza di correlazione.