Latte e formaggi, Ciwf a Martina: “Indicare in etichetta il tipo di allevamento”

Vorresti sapere se i prodotti lattiero-caseari e la carne bovina che mangi provengono da allevamenti al pascolo o da animali rinchiusi in stalla a vita? Allo stato attuale, in Italia, l’unico modo che c’è per rispondere a questa domanda è recarsi dal produttore e verificare di persona. A livello europeo, infatti, non esiste l’obbligo di inserire in etichetta un riferimento alle modalità di allevamento, né per le vacche da latte né per quelle destinate al macello. A livello nazionale, gli Stati Ue potrebbero approvare normative per l’etichettatura volontaria e stabilire regole uniformi per i produttori di carne bovina e prodotti lattiero-caseari che vogliano far chiaro in etichetta l’utilizzo di materie prime provenienti da animali allevati al pascolo. Ma l’Italia non prevede nulla al riguardo mentre un disciplinare di etichettatura volontaria fu introdotto ad esempio per il pollo e autorizzato dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali nel 2005, con numero IT001EA.

La petizione di Ciwf Italia

Per questi motivi l’associazione animalista Ciwf Italia chiede al ministro Martina di cominciare dai prodotti lattiero-caseari a indicare in etichetta il tipo di allevamento nel quale l’animale, che ha prodotto la materia prima, è cresciuto. Per farlo è partita la petizione che CIWF Italia ha indirizzato al ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina. L’obiettivo è quello di avere un disciplinare comune di etichettatura volontaria per tutti i produttori che scelgano di indicare l’origine del latte utilizzato. In questo modo i consumatori avrebbero la possibilità di scegliere cosa acquistare e, anche pagando qualche centesimo in più, essere sicuri che nei prodotti ci sia solo latte proveniente da animali allevati all’aperto.

Le metodologie di allevamento possono fare la differenza, non solo per la sofferenza inferta agli animali, ma anche rispetto alle proprietà organolettiche e alla qualità dei prodotti, per non parlare dell’impatto ambientale degli allevamenti. Ecco perché il richiamo a prati verdi, foglioline, valli e pascoli all’aperto è un argomento a cui i grandi marchi non rinunciano, ben visibile sulle confezioni e negli spot pubblicitari. Eppure, in assenza di una regolamentazione che disciplini questo tipo di indicazioni in etichetta, per i prodotti convenzionali (non biologici) non c’è certezza che questo tipo di messaggi corrispondano alla realtà.

L’impatto ambientale delle stalle

L’allevamento industriale è una delle principali fonti d’emissione di gas serra a livello globale. Uno studio dell’Università di Siena, ad esempio, attribuisce a questo settore produttivo il 10% delle emissioni a livello globale di cui il 74% dovute ai bovini. In Pianura Padana, una delle aree con più alta densità di animali al mondo, l’allevamento industriale sta provocando gravi impatti sull’ambiente a causa dell’azoto derivante dalle deiezioni animali.

Secondo le stime di Ciwf Italia, oltre l’80% degli animali in Europa è allevato con sistemi intensivi. Calcolare una percentuale precisa però è reso difficile proprio dall’assenza di indicazioni precise sulle etichette dei prodotti finiti. Una situazione che riguarda anche l’Italia. La direttrice di CIWF Italia, Annamaria Pisapia, intervistata da Il Salvagente ha definito il nostro come “un paese in cui la stragrande maggioranza dei bovini passa la propria vita chiusa in un capannone. Su 2 milioni di vacche da latte allevate in Italia è possibile stimare che la percentuale di quelle che non vedranno mai un filo d’erba sia oltre il 90%”.

L’iniziativa del Ciwf è quella di dare, almeno per il latte e i formaggi, un’arma in più ai consumatori per poter scegliere. Attualmente invece, non ci sono né obblighi né incentivi, perché se anche i produttori volessero procedere su base volontaria, dovrebbero scriversi da soli un disciplinare e farlo approvare dal Ministero dell’agricoltura. Una procedura complicata che favorisce il mantenimento dello status quo e rende difficile per chi fa scelte virtuose farle valere nei confronti dei consumatori.

Il made in Italy sceglie in gran parte l’intensivo

Secondo Ciwf, a trascorrere tutta la vita in stalla sarebbero anche gli animali il cui latte viene utilizzato nella filiera del made in Italy, delle eccellenze italiane, e persino quella dei prodotti certificati “bio”. Non vale per tutti ovviamente. Per i prodotti biologici ci sono dei vincoli di legge alla fruizione del pascolo ma, ci spiega Annamaria Pisapia, “sempreché lo permettano le condizioni atmosferiche e lo stato del suolo – dice la norma, il che lascia spazio ad ‘intepretazioni’. Anche qui dunque, nonostante la situazione sia migliore rispetto all’allevamento industriale, sarebbero necessari controlli più accurati rispetto alla veridicità di quanto riportato in etichetta”.