Lo scandalo dell’acciaio giapponese “farlocco” usato nelle auto di tutto il mondo

Prima lo scandalo che ha portato al richiamo di milioni di auto, per gli airbag difettosi della Takata, ora quello dell’acciaio falsificato. Ancora una volta un caso tutto giapponese ma che ha pesanti riflessi sull’industria dell’auto in tutto il mondo.

Protagonista la Kobe Steel, gigante della produzione e fornitore di 200 aziende mondiali e, nel settore automobilistico, di General Motors, Ford, Honda, Mazda, Mitsubishi, Nissan, Subaru e Toyota.
Il big dell’acciaio ha da poco rivelato che per almeno un anno ha spedito prodotti che non soddisfano effettivamente le specifiche di resistenza e durata concordate con i propri clienti.
Una rivelazione choc, ma non del tutto inattesa dopo che lo scorso anno era emerso un caso analogo presso una sua controllata. Da quel momento sono stati scoperte decine di migliaia di tonnellate di prodotti in alluminio e rame, spediti tra il 1° settembre 2016 e il 31 agosto 2017 che “non rispettavano” i contratti di consumo, come ha ammesso la società.

Dieci anni di falsificazione

E non si trattava di difetti sconosciuti alla Kobe. I lavoratori dell’azienda sapevano che alcuni dei metalli non erano in linea con le specifiche ma falsificavano i dati.
“I dati nelle certificazioni di ispezione erano stati scritti in modo improprio”, afferma la nota della società, un problema che si è rivelato “a seguito di controlli di auto-ispezione e di qualità di emergenza” dei prodotti in questione.
Una condotta “sistematica” che, secondo quanto riferisce Bloomberg, continuava da un decennio.

Di che si tratta

Quando i produttori ordinano un metallo di un certo spessore e di una determinata composizione, lo fanno perché deve assicurare proprietà specifiche ai veicoli che fabbrica. È evidente che se quello che riceve e utilizza non risponde ai requisiti che ha richiesto, le caratteristiche di sicurezza del veicolo ne risultano compromesse.

E a giudicare dalle commesse della Kobe, non il discorso, e l’allarme, non si limitano al settore delle quattro ruote, L’azienda giapponese, infatti, contribuisce anche alla fabbricazione di alcuni treni Hitachi, aerei Boeing e razzi utilizzati dall’agenzia spaziale del Giappone.

Cosa ci aspetta

“La verifica e l’ispezione fino ad oggi non hanno riconosciuto problemi specifici che suscitano dubbi sulla sicurezza dei prodotti non conformi”, ha dichiarato Kobe, che ha istituito un comitato per esaminare le questioni di qualità, guidato dall’amministratore della società Hiroya Kawasaki.
Ma Kawasaki e i suoi difficilmente eviteranno un’ondata di cause legali da parte dei suoi clienti e delle autority, sia in Giappone che negli Stati Uniti. Ed è facile ipotizzare che ci aspetti un’altra lunga sequela di richiami delle nostre auto da parte di tutte le case produttrici europee. Dopo il caso di Takata, quello della Kobe sembra segnare il tramonto dell’industria del Sol Levante.