Microplastiche nell’acqua potabile: dove nasce il pericolo globale

L’83 per cento delle acque che sgorgano dai rubinetti di tutto il mondo è contaminata da microplastiche. La media europea è un po’ meglio, ma comunque preoccupante: 73 per cento. A rivelarlo è un’inchiesta su scala mondiale condotta da Orb Media, un portale di informazione no-profit di Washington. I risultati mettono in allerta autorità e media perché sulle fibre microscopiche di plastica esistono studi che ipotizzano conseguenze sulla salute degli animali. Secondo i ricercatori della università svedese di Uppsala, per esempio, un ambiente caratterizzato da alti livelli di microplastica può compromettere lo sviluppo e aumentare la mortalità dei pesci. Non esistono studi risolutivi riguardanti la salute dell’uomo, ma non si può affatto escludere che l’ingestione prolungata di microplastiche sia dannosa.

Da New York all’Uganda

Tra i dati più preoccupanti emersi dalla ricerca di Orbmedia vi è il fatto che a determinare un maggiore o minore inquinamento da microplastiche nell’acqua potabile non ci sono fattori socioeconomici. Consistenti tracce di microplastiche sono state trovate anche nei rubinetti del Congresso degli Stati Uniti e della sede dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, a Washington, e in quelli del ristorante Trump Grill nella Trump Tower, a New York, luoghi simbolo del benessere, che hanno registrato una percentuale paragonabile a quella trovata in Uganda. Il quotidiano la Repubblica ha portato tre campioni prelevati dalle fontane pubbliche di Colosseo, San Pietro e piazza Navona presso l’Irsa, l’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr, che non ha trovato microfibre. Rispetto i campioni rilevati in Europa da Orb, invece, i ricercatori non dicono di preciso in quali città hanno effettuato il prelievo, dunque non è da escludere che ve ne siano anche italiane.

Da dove arrivano

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Ma da dove vengono le microplastiche? e come finiscono nei nostri bicchieri d’acqua o nelle pentole riempite per cucinare? “È più che ovvia la presenza di microplastiche nell’acqua di rubinetto. La plastica è ovunque, una volta immessa nell’ambiente ha dei tempi di degradazione lunghissimi e diventa un vettore di altri inquinanti che contaminano la catena alimentare”. Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia, invita a tenere alta la guardia su un “problema sottovalutato che invece espone l’ecosistema e la salute umana a seri rischi”. Ungherese aggiunge: “Pensiamo solo al fatto che ad ogni lavaggio di un maglione di pile in lavatrice vengono rilasciate oltre 700mila microfibre che vengono disperse nell’ambiente. E circa il 50-60% dei capi che indossiamo sono prodotti con questi materiali, come il poliestere”. Le fibre sintetiche possono depositarsi anche tramite l’aria, come dimostra uno studio del 2015 secondo cui a Parigi, ogni anno, arrivano al suolo fra le 3 e le 10 tonnellate di microplastiche. Anche le micro-perle presenti della cosmesi, come ingrediente per lo scrub, sono tra i principali indiziati, così come le polveri degli pneumatici e i residui della plastica che finisce nei corsi d’acqua e nel mare. 

La carenza normativa

Greenpeace ha da tempo messo in evidenza il problema delle microplastiche e ha lanciato la petizione “Salva il mare dalla plastica”. Molti studi confermano ad esempio la presenza di microplastiche nei pesci provocata dall’inquinamenti dei mari. “Il rischio c’è, bisogna ridurre l’immissione inquinante e approfondire gli effetti sulla salute umana”, spiega Giuseppe Ungherese. Ma il problema principale riguarda la normativa: “Non c’è una legge che regola l’immissione di queste sostanze nell’ambiente e chiediamo ai governi di intervenire e di limitare il più possibile l’utilizzo delle plastiche a cominciare dagli imballaggi commerciali”.

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