E se dal “made in Italy” passassimo al “born in Italy”?

Il brand Made in Italy è oggi per diffusione terzo solo ai più noti marchi Coca-Cola e Visa il che fa intuire tutta la sua importanza commerciale e le ricadute che si possono provocare con un suo uso distorto o un abuso del termine. Ogni momento storico richiede la migliore scelta delle parole perché una strategia o un prodotto si possa affermare nel tempo e negli anni ’80 nasce il concept Made in Italy con lo scopo di rivalutare e difendere l’italianità dei nostri prodotti dai tentativi di pirateria e falsificazione ed era collegato nell’immaginario collettivo soprattutto ai settori dell’automotion, dell’agroalimentare, dell’abbigliamento e dell’arredamento.

Il marchio Made in Italy nasce come sinonimo di qualità, di cura dei dettagli, di fantasia e di durata dei prodotti perché nel nostro Dna primeggiano eleganza, innovazione, eccellenza e si riflette sui prodotti a cui si associa.

Inizialmente essere Made in Italy significava solo che l’attività imprenditoriale era svolta da un imprenditore italiano, è nel 2009 che nasce la legge di tutela del Made in Italy (nº 135 del 25/9/2009 art. 16) che crea una vera e propria categoria commerciale del tutto autonoma. Questo scudo legale protegge, con il termine Made in Italy o 100% Italia, solo i prodotti italiani interamente progettati, fabbricati e confezionati nel nostro paese.

Nel settore agroalimentare spesso si verificano delle contaminazioni da parte di materie prime o di semilavorati esteri che subiscono magari solo l’ultimo passaggio produttivo, che per quanto importante sia, concede al prodotto finito la patente di Made in Italy. Evidenti storture del brand alla base dell’idea del Made in Italy laddove viene salvaguardato un passaggio produttivo a spese del nostro patrimonio culturale, della biodiversità, delle tradizioni agricole o della storia della dieta mediterranea. Gli esempi non mancano: la pasta che è un Made in Italy principe, ma viene spesso fatta anche con grano estero, oppure i prodotti a base di pomodori importati che danno delle salse però made in Italy perché fatte qui, il succo d’arancia tricolore nonostante sino state spremute arance sud americane…

La scelta di creare e diffondere il Made in Italy rappresenta un merito della nostra imprenditoria e vanto della capacità gestionali che caratterizzano il tessuto produttivo del nostro paese, ma è implicito che va a scapito dei produttori primari che non sono in questo modo necessariamente più parte del processo di definizione del Made in Italy.

Tutto evolve, e anche le parole e i brand devono seguire il medesimo destino considerando i mercati, le attese dei consumatori. E allora perché non pensare a un nuovo brand aggiuntivo denominato “Born in Italy”? Questo marchio, non sostitutivo del Made in Italy, ma piuttosto integrativo o migliorativo, permetterebbe di proteggere i nostri prodotti agro-alimentari che sono coltivati, allevati e anche trasformati se necessario in Italia senza escludere nessuno degli attori della filiera agro-alimentare e riducendo i punti di debolezza che il mercato globale mette in gioco. Il termine Born in Italy fornirebbe una ulteriore garanzia di produzione di qualità e di eccellenza, di rispetto dei livelli nutrizionali e di tipo salutistici nonché di un elevato standard di sicurezza e di salubrità dei prodotti che ci viene riconosciuto nel mondo per la elevata professionalità del nostro sistema di controllo e di monitoraggio dei rischi.

I prodotti agro-alimentari Born in Italy se si fregiano anche del Made in Italy rappresenterebbero il top della qualificazione dell’intera filiera produttiva agro-alimentare ovvero la trasposizione commerciale del noto “from field to fork” (dal campo alla tavola, per dirla in italiano) che è la base dei principi adottati dalla Comunità Europea in un percorso di eccellenza e di legame tra territorio, prodotto, trasformazione e commercializzazione.

Tutti i grandi viaggi iniziano con un piccolo e timido passo, ma quantunque sembrasse lontana la Luna ai viaggiatori di inizio secolo scorso si è riusciti a raggiungerla dimostrando che nulla può essere limitato da una visione ristretta del futuro, ma da un approccio dronico che ne permetta la migliore valutazione sul medio-lungo termine.