Carne avariata in Sicilia: “Ecco come scambiavano il bestiame malato con quello sano”

 

Sbaglia chi pensa che il furto di bestiame sia una pratica anacronistica rispetto all’idea degli affari criminali dei clan mafiosi. I fermi dell’operazione Gamma Interferon, che due giorni fa ha sgomitano nel messinese una rete che immetteva carne infetta in commercio con la complicità di allevatori e veterinari, testimoniano di un campo d’affari per Cosa nostra dal valore di centinaia di milioni, probabilmente miliardi di euro, grazie ai fondi europei. A spiegare il meccanismo di questa maxi-frode è Giuseppe Antoci, presidente del Parco dei Nebrodi, proprio la zona interessata dal blitz, che da tempo denuncia “la mafia dei pascoli” e che lo scorso maggio è scampato a un agguato a colpi d’arma da fuoco per la sua attività di denuncia.

Antoci, come facevano soldi con la carne avariati i responsabili di questa truffa?
Quando c’erano le loro aziende con gli animali certificati, se se ne ammalava uno, lo mandavano alla macellazione clandestina, e mettevano il suo bolo alimentare con il microchip identificativo su uno di quelli rubati.  Quindi quello macellato continuava a vivere in maniera artificiale, con la vecchia identità.

Funzionava come il riciclaggio del denaro.
Sì, rendevano pulito, ufficiale, un capo che era rubato. No va dimenticato che sugli allevamenti ci sono i fondi europei, perché se uno di questi viene certificato non indenne, con qualche malattia, come la tubercolosi, perde i finanziamenti.

Come si lega questa indagine con la mafia dei pascoli da lei denunciata?
Nel caso dei pascoli, i terreni venivano presi dalle associazioni mafiose e servivano per fare frodi milionarie all’Unione europea. Partecipavano ai bandi solo loro, facendo pressione e non facendo partecipare gli altri, per mille ettari pagavano 36.400 euro e incassavano anche un milione. Fondi per pascoli, per il biologico… facevano più truffe. Ma poi neanche ci andavano nei terreni. Questi terreni, che sono valsi miliardi di euro per Cosa nostra,  servivano anche a presidiare il territorio e dunque anche a posizionare gli animali rubati.

Dunque tutt’altro che un’attività residuale per i clan.
Cosa nostra sul perseguimento dei terreni per i fondi Ue, l’abigeato, la macellazione clandestina, in questi anni ci ha fatto gli affari, senza per altro rischiare come con le estorsioni o le rapine. Parliamo del fratello di Riina, di Santapaola. Questa è la prima indagine dove si conclama un’associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento degli animali e alla macellazione clandestina. Questi sono reati che di solito vanno perseguiti con l’ammenda, con la multa.

I fondi europei per le condizioni degli animali non possono arrivare se quelle aziende non sono certificate sane.
E qui entrano in gioco i veterinari, che dovevano dire che gli animali erano infetti, e dovevano controllare i farmaci immessi. Un farmaco che ha un tempo di decantazione di 150 giorni,  come l’Ivomec., se entra in contatto con bambini e anziani, crea un effetto allucinante, dato prima di quel periodo.

Solo a Messina 130 casi di brucellosi umana sui 200 nazionali, nell’ultimo anno.
Questi dati sono da un lato preoccupanti, dall’altro dimostrano che appare strano il tutto. Fino a quando la polizia non ci ha messo mano, era tutto a posto. Di colpo vengono fuori casi di brucellosi, le denunce di centinaia di animali spariti.

Dopo le tante minacce e l’attentato subito, adesso è preoccupato per la sua incolumità?
Se qualcuno pensa che ci fermiamo, ha fatto male i conti. Prima dell’attentato di maggio, io ho ricevuto 5 proiettili bloccati dalla polizia di Palermo all’ufficio postale, e gli stessi proiettili erano indirizzati al commissario di Sant’Agata Militello e alle guardie zoofile di Pettineo, “casualmente” sono quelli che hanno preso a calci nel sedere tutta questa gente. Questa è una strada che abbiamo intrapreso come una scelta precisa.

Quale?
Abbiamo aperto più fronti. Quello della dignità dei fondi europei che devono andare ai giovani di questa terra e non alla mafia, e li abbiamo colpiti come mai. E poi abbiamo deciso che ai nostri figli nessuno può far mangiare dei cibi non controllati. Gli imprenditori agricoli seri erano vessati da questo sistema, e noi li stiamo liberando, grazie anche alla squadra messa insieme per volontà del presidente Crocetta.  La polizia di stato è riuscita ad avere in quel territorio, nel commissariato di Sant’Agata coordinato dal dottor Manganaro, un know how che in questo momento in Italia non c’è su questo tipo di servizio investigativo. Questa è un’esperienza unica che spero venga allargata.

Teme danni all’immagine dei Nebrodi da questa inchiesta?
Questa azione della polizia dà un segnale molto chiaro, inequivocabile: sulla qualità si può investire solamente se c’è la legalità. Noi su questo ci stiamo puntando, tanto è vero che abbiamo presentato “Nebrodi-Sicily”, che serve a tutelare i prodotti di quest’area. L’unico in Italia che ha anche il certificato antimafia. Buono, pulito e giusto.