Test fai-da-te per l’aids, Vittorio Agnoletto: “Strumento inutile, serve solo ai vip”

“Sa qual è l’unica fascia di popolazione interessata dal kit? Un ristretto numero di persone: i personaggi conosciuti e pubblici”. Vittorio Agnoletto, medico, tra i fondatori della Lega italiana per la lotta contro l’Aids (Lila), di cui è stato anche presidente, non risparmia critiche al Kit fai-da-te di autodiagnosi per l’Hiv distribuito da qualche giorno nelle farmacia italiane dall’azienda Mylan. Quella di Agnoletto è una delle poche voci critiche rispetto alla novità di cui tanto si sta parlando nei giornali in queste ore.

Agnoletto, il kit fai-da-te non la convince, perché?
Io ritengo che non sia lo strumento che risolve la situazione. Per due motivi, soprattutto. Il primo è che se lei ritiene di avere avuto un rapporto a rischio ieri sera, e si sveglia in ansia, perché ha paura di essere infettato, o ha i sensi di colpa perché ha avuto un rapporto a pagamento o con una persona che non era la sua partner, c’è il rischio che vada in farmacia, compri il test e se lo faccia oggi nel chiuso della sua stanza.

Quale sarebbe il rischio?
In questo caso il test risulta sicuramente negativo, perché deve individuare gli anticorpi che si formano tra 3 settimane e 3 mesi dopo il contatto col virus.

Immagino che nelle istruzioni sia indicata la presenza di un periodo-finestra.
Secondo lei quello che va a comprare il test in farmacia, si legge le istruzioni e se c’è scritto che la sicurezza è dopo 90 giorni, tiene il kit nell’armadietto per tutti quei giorni?  È una patologia che ha un’impatto forte sull’emotività, che ha un rapporto stretto con la sessualità, con le relazioni umane. Se lei è in ansia, va a prendere il test, il risultato è negativo, è contento, si mette tranquillo, e si sogna di rifarlo tra tre mesi. Si diffonde una falsa sicurezza.

E nel caso in cui il test viene fatto quando è passato il periodo finestra?
Mettiamo il caso che il risultato sia positivo. Come reagisce una persona nel chiuso della sua stanza? Le ansie, le paure, come ci si comporta a casa, dirlo o non dirlo. La persona si sottopone a enorme stress e noi non possiamo immaginare quale può essere la conclusione o gli atti che conseguono a questa situazione di stress.

E se invece l’esame viene fatto in ambulatorio?
Se uno risulta sieropositivo, la legge prevede che la persona venga chiamata, venga fatta entrare in ambulatorio dove c’è il medico, e che questi faccia un’attività di counseling. La comunicazione della sieropositività deve avvenire attraverso un rapporto di sostegno psicologico da parte di un operatore. C’è un abisso di differenza, sono 30 anni di formazione in questo campo.

La figura del medico viene messa da parte.
La medicina è fatta prima di tutto del rapporto tra medico e paziente, di relazione, di empatia, comprensione della situazione. Ci sono reazioni diverse dei pazienti davanti alla sieropositività. Non è tutto riducibile solo ad un rapporto con una macchina che ti fa diventare il reagente di un colore o un altro. Anche perché il medico ti invia direttamente all’ospedale per le terapie, ti indica l’ospedale, ti tranquillizza. Io non vorrei venire a sapere tra sei mesi che qualcuno ha fatto dei gesti inconsulti quando ha saputo di essere sieropositivo quando era da solo. E poi, mi spiega perché qualcuno dovrebbe andare in farmacia, prendere il kit, e pagare 20 euro, quando in laboratorio può farlo gratuitamente?

Immagino per paura dello stigma sociale, di essere riconosciuto come un potenziale malato di aids.
E allora va in farmacia, dove lo riconosce il farmacista e dove non è neanche chiuso dentro ma può entrare chiunque? Come può andare in una farmacia lontana 800 chilometri può andare in un laboratorio lontano 800 chilometrei.  Sa qual è l’unica fascia di popolazione interessata al kit fai-da-te?

Quale?
I personaggi conosciuti e pubblici. Per loro la differenza è che se vanno in ambulatorio vengono riconosciuti, ma in farmacia non vanno loro, mandano la moglie, il marito, il figlio. Stiamo parlando di una fascia ristrettissima di popolazione.

Perché ne è così convinto?
Quando ero presidente e responsabile scientifico della Lila, ricevevo persone nella sede dell’associazione. Più volte mi sono capitate telefonate di persone molto conosciute che mi chiedevano di vedermi. Io rispondevo “Ti aspetto qui alla Lila”, e la loro risposta era “no, se entro lì tutti mi riconoscono. Per cui ci incontravano nelle retrosale dei bar, facendo finta di parlare di altro, e invece facevo counseling e leggevo la cartella clinica. Sa invece a che cosa corrisponde la presenza di questo test nelle farmacie?

A cosa?
Al fatto che le strutture sanitarie dello Stato possono deresponsabilizzarsi e dire “perché mai dovremmo stare aperti con un ambulatorio, un medico che fa il turno, il counseling, l’infermiere… se uno vuole se lo va a comprare in farmacia”. E così vale per per chi ha le responsabilità politiche e amministrative.

Dunque secondo lei il kit non dovrebbe essere venduto?
Figurarsi se dico che non deve andare in farmacia, non ho nessuna intenzione di criminalizzarlo. Ritengo però assolutamente rischioso l’enorme battage pubblicitario che è stato fatto e ritengo sbagliato il silenzio di quasi tutte le autorità sanitarie in questo caso.

C’è qualche altra voce critica oltre la sua?
Il direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito, ha esposto le sue perplessità, e qualcun altro.

Il rischio è che si abbassi la soglia di attenzione sull’Aids, che è tutt’altro che sconfitta.
 Sì, abbiamo tra il 20 e il 30% delle persone sieropositive che non sanno di esserlo, e poi circa la metà delle persone che hanno lavuto la diagnosi di Aids conclamato, cioè di stato avanzato della malattia, hanno scoperto solo in quel momento di essere sieropositivi, il che vuol dire che lo sono da diversi anni. Questo porta a due conseguenze: la prima è un danno per la persona stessa, perché inizia tardi la terapia, e in base alle linee guida dell’Agenzia dell’Onu dedicata all’Aids, da quest’anno le terapie andrebbero cominciate appena uno sa di essere sieropositivo. La seconda che prima si sa, più facile è evitare di trasmettere il virus ad altri. 

Tornando al kit, c’è il rischio di falsi positivi?
I falsi positivi sono più rari ma esistono, per cui si suggerisce a tutti di andare a fare un test di controllo, comunque, anche se si va in ambulatorio a fare il test. Questo glielo dice il medico quando ce l’hai davanti, ma quando il test lo fai da solo a casa, chi te lo dice?