
La Lav presenta due dossier scientifici sui costi nascosti delle filiere di uova e latte. In termini ambientali, economici e di salute, al nostro paese produrre uova e latticini costa 27,6 miliardi di euro. Impietoso il confronto con le alternative veg, che però nel caso dei formaggi presentano alcuni punti critici, così come gli allevamenti avicoli a terra
La Lav presenta due dossier scientifici sui costi nascosti delle filiere di uova e latte. In termini ambientali, economici e di salute, al nostro paese produrre uova e latticini costa 27,6 miliardi di euro. Impietoso il confronto con le alternative veg, che però nel caso dei formaggi presentano alcuni punti critici, così come gli allevamenti avicoli a terra
27,6 miliardi di euro di costi ambientali nascosti
“Latte versato” e “Uova d’oro”, raccontano come le esternalità ambientali associate alla produzione e al consumo di latticini e uova in Italia ammontino complessivamente a circa 27,6 miliardi di euro l’anno: 25 miliardi per i latticini e 2,6 miliardi per le uova. Costi ambientali che non sono inclusi nei prezzi dei prodotti e che, attraverso i danni generati sull’ambiente, ricadono sulla collettività.
I risultati delle due ricerche curati dai ricercatori Guido Scaccabarozzi, Environmental Impact Expert, e Margherita Aiesi, Sustainability Specialist, entrambi di Simbio, si basano suigli impatti ambientali delle due filiere attraverso metodologie riconosciute a livello internazionale e ne stimano il costo economico secondo il principio europeo del “chi inquina paga”.
Il particolato pesa per circa il 30% dei costi
Tra i risultati più significativi emerge il peso del particolato, ossia le polveri sottili che partecipano all’inquinamento dell’aria, si cui fanno parte PM10 e PM2.5, collegate a problemi respiratori e cardiovascolari, e classificate come cancerogene per l’uomo se inalate. Questa componente rappresenta il 31,1% dei costi ambientali nascosti stimati per i latticini e il 29,7% per le uova. Un dato che richiama l’attenzione sugli impatti dell’intera filiera produttiva, dalle emissioni legate alla gestione degli allevamenti a quelle associate alla produzione dei mangimi. Il costo ambientale di questi alimenti, dunque, non si esaurisce nell’attività svolta all’interno degli allevamenti o nella trasformazione industriale: coinvolge l’intera filiera agricola e produttiva, compreso l’impiego di risorse naturali e le emissioni che ne derivano.
Bevande vegetali meglio del latte, ma i formaggi veg hanno punti critici
Il dossier “Latte versato” confronta inoltre gli impatti dei latticini con quelli di alcune alternative vegetali, rilevando differenze significative. Per 100 grammi di prodotto, le bevande vegetali di soia e mandorla presentano un impatto sul cambiamento climatico rispettivamente inferiore dell’85% e dell’87% rispetto al latte di mucca considerato nello studio. Risultati che indicano come la trasformazione dei consumi e della produzione verso alternative vegetali possa contribuire a ridurre l’impronta ambientale del sistema alimentare. Ma detto però che il vantaggio non è uniforme e si inverte proprio per alcuni formaggi vegetali a pasta dura e semidura. I grafici mostrano infatti alcune eccezioni precise, soprattutto per l’eutrofizzazione delle acque dolci, l’ecotossicità e la tossicità umana. Per 100 grammi di prodotto, i formaggi vegetali a pasta dura ed extra dura e quelli semiduri presentano un impatto potenziale sull’eutrofizzazione delle acque dolci superiore di oltre il doppio rispetto ai corrispondenti formaggi vaccini. L’eutrofizzazione è il fenomeno legato all’eccessivo apporto di nutrienti, come azoto e fosforo, negli ecosistemi acquatici, che può favorire una crescita anomala di alghe e alterare gli equilibri ambientali.
Il risultato contrasta con quello delle bevande vegetali, che registrano impatti inferiori del 69% per la mandorla e del 66% per la soia rispetto al latte vaccino. Anche i formaggi vegetali semimolli risultano migliori del 54% rispetto ai corrispondenti prodotti animali. Il secondo dato in controtendenza riguarda la potenziale tossicità per gli ecosistemi di acqua dolce. Anche in questo caso, i formaggi vegetali a pasta dura ed extra dura e quelli semiduri fanno peggio delle versioni vaccine: rispettivamente +2% e +6%.
Il divario è però molto più contenuto rispetto a quello registrato per l’eutrofizzazione. Per i formaggi vegetali semimolli, invece, l’impatto si riduce del 73%. Le bevande di mandorla e soia fanno registrare impatti inferiori rispetto al latte vaccino, rispettivamente del 49% e del 76%. Per quanto riguarda gli effetti cancerogeni, i formaggi vaccini a pasta dura ed extra dura e quelli semiduri presentano impatti inferiori rispetto alle alternative vegetali, rispettivamente del 21% e del 25%. Il dato è in controtendenza rispetto al vantaggio generalmente mostrato dai prodotti plant based.
Uova, gli allevamenti a terra più impattanti delle gabbie per alcuni indicatori
Anche il dossier Uova d’oro evidenzia un dato controintuitivo: nonostante molti produttori spingano sulle confezioni il claim di “da galline allevate a terra”, come fosse un avanzamento decisivo rispetto alle galline allevate in gabbia, per diversi indicatori ambientali, gli allevamenti di galline ovaiole al chiuso a terra risultano più impattanti di quelli in gabbie arricchite. Il confronto riguarda l’acidificazione, il cambiamento climatico, la formazione di particolato, l’eutrofizzazione terrestre e il consumo di acqua.
Nei grafici del rapporto, all’allevamento a terra viene attribuito il 59% dell’impatto complessivo sull’acidificazione, contro il 32% delle gabbie arricchite. Una differenza simile emerge per il cambiamento climatico: la quota associata al sistema a terra è del 61%, contro il 31% di quello in gabbia. Anche per il particolato il divario è marcato, con il 59% attribuito all’allevamento a terra e il 32% alle gabbie arricchite.
La distanza si ritrova anche nell’uso dell’acqua: il sistema a terra rappresenta il 64% dell’impatto considerato dal rapporto, mentre quello in gabbia si ferma al 31%.
Con la carne, il costo nascosto supera i 64 miliardi
Questi nuovi studi si aggiungono a quelli passati, come la ricerca “Carissima Carne”, con la quale Lavaveva portato alla luce il costo nascosto della produzione e del consumo di carne, che ogni anno si concretizzano in esternalità del valore di 37 miliardi di euro. Questi tre studi, sommando i risultati, portano alla luce un costo nascosto prodotto dalle filiere zootecniche di oltre 64 miliardi di euro ogni anno in Italia.
Lav: necessari incentivi per una transizione verso produzioni vegetali
Secondo Domiziana Illengo, responsabile area alimentazione vegana di Lav, “Questi due nuovi dossier ci permettono di comprendere il peso ambientale ed economico legato alla produzione di latte, latticini e uova, dati essenziali per orientare lo sviluppo e i cambiamenti dell’industria agri-food, ma dietro ai dati sull’inquinamento ci sono le sofferenze di milioni di individui. L’impatto di queste filiere, infatti, viene prodotto anche tramite la segregazione, lo sfruttamento, il dolore e la morte dei vitelli, separati dalle proprie madri a pochi giorni di vita, delle mucche, costrette a sopportare cicli di gravidanze forzate fino allo sfinimento, e galline prostrate dall’iperproduzione di uova, che le depriva del calcio necessario per avere ossa in salute. Questi sono alcuni esempi della sistematizzazione della sofferenza negli allevamenti, ma che per gli animali sono una realtà quotidiana ineluttabile”. Secondo Illengo, “comprendere e fotografare come la produzione di latticini e uova impatti sull’ambiente e sull’economia del nostro Paese è necessario per incentivare una transizione verso produzioni vegetali, promuovendo anche un beneficio comune, ma tenendo in considerazione ciò che dati analitici non possono rappresentare: il sopruso normalizzato delle vite animali”.





