
Il ministro dei Trasporti, Salvini, firma il decreto che definisce le procedure di omologazione degli autovelox, ponendo così fine – almeno sulla carta – alle annose polemiche e ai numerosi ricorsi accolti dagli autisti multati con dispositivi non a norma. Il nodo della retroattività
Il ministro dei Trasporti, Salvini, firma il decreto che definisce le procedure di omologazione, verifica e taratura degli autovelox, ponendo così fine — almeno sulla carta — alle annose polemiche e ai numerosi ricorsi accolti dagli automobilisti multati con dispositivi non a norma. In questo modo, dice la nota del ministero, “si assicura un quadro regolatorio certo e omogeneo, idoneo a superare le criticità applicative emerse nel tempo e a garantire l’affidabilità di misura degli strumenti, la tracciabilità delle operazioni tecniche e la solidità giuridico-amministrativa degli accertamenti”. Salvini commenta: “Garantire la massima sicurezza sulle strade senza però che il controllo si trasformi in pretesto per fare cassa a spese dei cittadini“.
La situazione attuale: migliaia di dispositivi fuori norma
Lo scorso gennaio, il ministero delle Imprese aveva comunicato l’avvio del percorso del decreto verso Bruxelles, parlando di 11.000 dispositivi informalmente rilevati, di 3.800 registrati sulla piattaforma e di 1.000 rientranti automaticamente nei requisiti di omologazione in fase di adozione.
Due interpretazioni opposte sul futuro dei ricorsi
In attesa di ulteriori specifiche sul futuro dei ricorsi pendenti e di quelli passati — soprattutto di quelli accolti dopo una sentenza favorevole della Cassazione nel 2024, che annullava le multe per mancata omologazione — pendono due possibili interpretazioni del nuovo decreto.
Secondo quanto riporta il portale Sicurauto.it, alcuni esperti sostengono che ora, con l’omologazione, gli autovelox possano effettuare rilievi certi e che le multe siano valide. In base a un precedente decreto 282 del 2017, gli strumenti approvati dopo quell’anno, essendo conformi alle disposizioni dell’allegato tecnico, dovevano ritenersi omologati d’ufficio. Tutti gli altri, invece, avrebbero dovuto seguire una procedura tassativa che prevedeva la disattivazione fino al completamento della stessa, entro il termine di sei mesi.
Altri esperti sostengono invece che i ricorsi restino in piedi, per due ragioni: il decreto di omologazione dovrebbe arrivare dal ministero delle Imprese e non da quello delle Infrastrutture e dei trasporti; e inoltre il decreto non sana retroattivamente una carenza legislativa strutturale, lasciando aperta la porta ai ricorsi fino a quando i dispositivi non verranno omologati con un nuovo iter.









