
Mentre in Francia la discussione si accende, in Italia la decisione di consentire in deroga lo spargimento via drone di pesticidi, sta passando sotto silenzio. Si attendono a breve i decreti attuativi, ma secondo esperti e ambientalisti, si rischia una dispersione non controllabile su popolazione e campi bio
Mentre in Francia la discussione si accende, in Italia la decisione di consentire in deroga lo spargimento via drone di pesticidi, sta passando sotto silenzio. Si attendono a breve i decreti attuativi, ma secondo esperti e ambientalisti, si rischia una dispersione non controllabile su popolazione e campi bio.
La norma: cosa prevede il Ddl Semplificazioni
Ma partiamo dall’inizio: il 18 novembre 2025 è entrato in vigore il Ddl Semplificazioni 182/2025. Nell’articolo 6, per la prima volta è prevista, in deroga al divieto generale di irrorazione aerea, la possibilità di sperimentare trattamenti fitosanitari tramite sistemi aeromobili a pilotaggio remoto, in altre parole: i droni. Così l’Italia modifica il Dl 150/2012, recepimento italiano della Direttiva 2009/128/CE, che all’articolo 9 vietava l’irrorazione aerea salvo deroghe per casi eccezionali, come la necessità di raggiungere terreni in zone alluvionate. Per il nuovo corso mancano solo i decreti attuativi, inizialmente previsti per marzo, poi slittati, che dovrebbero arrivare a breve.
Le sperimentazioni regionali già in corso
Le sperimentazioni regionali sono già attive dal 2022 in Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Liguria e Piemonte su vite, olivo, risaia e colture orticole. I vantaggi promessi dai produttori di droni agricoli sono “rapidità di intervento, riduzione della deriva e minori quantità di prodotto distribuito”. Ma appare una visione sin troppo ottimistica.
A Conselice, nel ravennate, il servizio fitosanitario della Regione Emilia Romagna, insieme al centro di saggio Astra Innovazione, sta svolgendo delle prove di applicazione di prodotti fitosanitari su tre culture: cipolla, vite e pomodoro. Nel maggio 2025, intervistato da Agronotizie, Nicola Minerva, direttore di Astra Innovazione, spiegava: “È una storia tutta da scrivere questa. Ricordiamoci che è un’applicazione completamente diversa da quella che viene effettuata con le barre (sistemi per irrorare da terra), oppure con gli atomizzatori. Qui voliamo a 3 metri sopra la coltura e, soprattutto sulle colture a sviluppo verticale, quando faremo la vite per esempio, la spersione viene dall’alto verso il basso e non lateralmente quindi ci c’è sicuramente una questione di deriva da valutare”. Minerva continua chiarendo che va considerata anche “la composizione del prodotto, perché qui stiamo dando in una botte da 50 litri in questo caso, 30 lo scorso anno, per un prodotto che normalmente io invece metto in una botte da 10 quintali. Quindi la diluzione è completamente diversa, e il suo passaggio attraverso gli ugelli è completamente diverso. La concentrazione che cade sulla pianta e quindi la fitotossicità che può creare è completamente diversa”. Una riflessione da parte di chi sta sperimentando sul campo i droni agricoli che rende evidente quante incognite ci siano ancora sulla questione.
L’esperto Ispra: “La deriva è sempre presente, il divieto era giusto”
Secondo Pietro Paris, ingegnere tecnologo e ideatore e per anni responsabile del Rapporto nazionale pesticidi nelle acque dell’Ispra, “La dispersione di pesticidi tramite le correnti aeree è un fenomeno certo e documentato. Oggi si usano macchinari che spruzzano quantità precise di sostanze direttamente sulla pianta, con tecniche di agricoltura di precisione. E nonostante ciò, anche così la deriva è sempre presente, anche in condizioni di ventosità molto bassa. E si consideri che una situazione di vento nullo è quasi impossibile, rarissima”.
Paris spiega: “L’irroramento aereo è stato vietato proprio perché la dispersione dei pesticidi gettati dall’alto era maggiore. E stiamo parlando comunque di aerei che sorvolavano a bassa quota. Quando facevo parte della commissione consultiva per i prodotti fitosanitari del ministero della Salute che doveva valutare le decisioni in materia di autorizzazione dei pesticidi, ogni anno puntualmente ci arrivavano richieste di deroghe per l’irrorazione aerea. Le ragioni addotte erano varie, spesso si sosteneva che i campi erano scoscesi e difficili da raggiungere. Ma se erano raggiungibili per la coltivazione e per la raccolta, non si capisce perché avrebbero avuto bisogno di deroghe per i pesticidi. La richiesta di deroghe è sempre di natura economica: fa risparmiare le aziende. Ma per quanto mi riguarda, è stato giusto vietare le irrorazioni dall’alto”. L’esperto fa riferimento a studi che dimostrano come per qualsiasi sostanza rilasciata in aria, la maggior parte delle particelle tendono a salire verso l’alto per effetto del calore, e che continuano ad alzarsi e abbassarsi fino a che arrivano a delle temperature abbastanza basse da depositarsi. “Non a caso pesticidi e sostanze chimiche sono stati trovati nel circolo polare. Dunque io rimango contrario a deroghe e aperture riguardo utilizzo di droni per spargere pesticidi” aggiunge Paris.
Uno studio del 2024 dell’Università di Vienna ha dimostrato che i pesticidi utilizzati nei meleti della Val Venosta sono stati ritrovati sulle vette delle Alpi in zone remote, rilevando residui di fitofarmaci fino a 2.300 metri di altitudine.
Il Wwf: servono rigore e principio di precauzione
Anche il Wwf Italia esprime preoccupazione per le deroghe in arrivo riguardo i droni. Come scrive nelle osservazioni apposite curate da Johanna Hartan per conto dell’associazione ambientalista: il divieto generale di applicazione aerea dei prodotti fitosanitari, infatti, è stato posto dall’Ue “in ragione dei rischi di dispersione nell’ambiente e di esposizione involontaria di popolazioni ed ecosistemi. Le deroghe sono ammesse solo in circostanze eccezionali e previa dimostrazione dell’assenza di effetti nocivi o impatti inaccettabili sulla salute umana e sull’ambiente”. Secondo il Wwf Italia, “Le conoscenze scientifiche disponibili sull’impiego dei sistemi di irrorazione tramite droni risultano inoltre ancora limitate”.
Una revisione della letteratura scientifica realizzata nell’ambito dell’Ocse evidenzia che il numero di studi utilizzabili a fini regolatori è ancora relativamente ridotto e caratterizzato da significativa eterogeneità metodologica, “sottolineando la necessità di ulteriori dati per valutare adeguatamente aspetti quali la deriva dei trattamenti, l’esposizione di operatori e soggetti terzi e l’efficacia delle applicazioni“. Alla luce di tali elementi, il Wwf Italia ritiene che il ricorso ai droni per l’applicazione dei prodotti fitosanitari non debba determinare un indebolimento del divieto di irrorazione aerea previsto dalla direttiva 2009/128/CE. “L’eventuale utilizzo di tali tecnologie dovrebbe essere consentito esclusivamente in presenza di rigorose condizioni di valutazione del rischio e nel pieno rispetto del principio di precauzione. Di conseguenza, il ricorso ai droni dovrebbe essere contemplato esclusivamente per interventi mirati con prodotti fitosanitari di origine naturale o a basso rischio, configurandosi come extrema ratio. Eventuali deroghe a tale principio dovrebbero essere oggetto di adeguata registrazione e controllo da parte degli Stati membri e accompagnate da obblighi di informazione preventiva del pubblico e delle persone potenzialmente esposte, in conformità con le disposizioni della direttiva” chiude il Wwf.
La discussione in Francia
Intanto, in Francia si accende lo scontro sulla diffusione dei droni per irrorare pesticidi nei campi. L’associazione ambientalista Générations Futures ha presentato un parere fortemente critico nell’ambito della consultazione pubblica aperta dal Ministero dell’Agricoltura tra aprile e maggio 2026, denunciando come le bozze normative in discussione ignorino deliberatamente le raccomandazioni dell’Anses, l’agenzia scientifica governativa per la sicurezza alimentare e ambientale. Dal 2011 la Francia vieta l’irrorazione aerea di pesticidi, ma nel 2025 una legge promossa dal deputato Jean-Luc Fugit ha aperto una breccia significativa, rendendo permanente l’uso dei droni in tre contesti specifici — pendii ripidi, piantagioni di banane e vigneti — e autorizzando nuove sperimentazioni su altre colture.
Una scelta già contestata in sede parlamentare, dove erano stati eliminati i divieti di irrorazione entro 250 metri dalle abitazioni e nelle aree naturali protette. Ora il nodo si stringe sui testi regolamentari che devono definire le condizioni concrete di applicazione della legge. Ma i parametri tecnici scelti — altezza di volo di 3 metri, velocità di 18 km/h, distanza minima di sicurezza di 10 metri da case e corsi d’acqua — sono gli stessi che l’Anses, nel suo parere del dicembre 2025, aveva esplicitamente dichiarato di non poter validare scientificamente. Nonostante ciò, non è stata apportata alcuna modifica e nessuna delle raccomandazioni dell’agenzia è stata recepita. Secondo Générations Futures, manca inoltre una valutazione quantitativa del rischio condotta prodotto per prodotto: un passaggio che gli esperti dell’Anses considerano indispensabile, ricordando che anche i prodotti biologici o di biocontrollo possono risultare dannosi per la salute umana e per l’ecosistema.






