Germogli di bambù superfood? Cosa dice davvero lo studio dell’Anglia Ruskin University

GERMOGLI DI BAMBU'

Uno studio dell’Anglia Ruskin University che analizzava i germogli di bambù ha fatto il giro dei media mondiali come promozione a possibile superfood: benefici su glicemia, colesterolo e infiammazione. I curatori della ricerca puntualizzano prove ancora limitate e ancor meno sui rischi anche di possibili contaminazioni da metalli pesanti

I germogli di bambù tornano sotto i riflettori come possibile “superfood”. Ma al di là dei titoli facili e delle semplificazioni mediatiche, cosa sappiamo davvero sui loro effetti sulla salute? A fare il punto è una revisione sistematica curata da due ricercatori dell’Anglia Ruskin University (Regno Unito), che ha passato in rassegna la letteratura scientifica disponibile sul bambù come alimento.

Il primo dato, forse il più sorprendente, è proprio la povertà delle evidenze: gli studi davvero utilizzabili sono pochi. Nella revisione, infatti, solo 16 lavori hanno soddisfatto i criteri minimi di qualità, e tra questi appena quattro erano sperimentazioni condotte su persone.

Benefici: glicemia, colesterolo e fibra

Nonostante la base di dati limitata, alcuni risultati puntano in una direzione interessante. Un lavoro, per esempio, ha osservato che l’inserimento dei germogli di bambù in prodotti da forno (come biscotti) era associato a un miglior controllo della glicemia. E, nel gruppo studiato, a un aumento del consumo di bambù corrispondeva una riduzione più marcata dei livelli di zucchero nel sangue.

Altri studi hanno messo in evidenza l’effetto della fibra contenuta nei germogli. Non solo un miglioramento della regolarità intestinale, ma anche un aumento del “volume fecale”, indicatore utilizzato in ambito nutrizionale per valutare l’effetto delle fibre sulla funzione intestinale.

Un dato potenzialmente rilevante riguarda anche i lipidi nel sangue: rispetto a una dieta priva di fibre, i germogli di bambù avrebbero contribuito a ridurre il colesterolo totale e il colesterolo LDL, quello comunemente definito “cattivo” perché associato all’accumulo nelle arterie e a un maggiore rischio cardiovascolare.

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Flavonoidi e acrilammide: un aspetto poco noto

Tra gli elementi più curiosi emersi nella revisione c’è la presenza di flavonoidi, composti vegetali che potrebbero avere un ruolo protettivo contro l’acrilammide. Si tratta di una sostanza che si forma quando alimenti ricchi di amido vengono cotti ad alte temperature (frittura, forno, tostatura) e che da anni è sotto osservazione per i possibili effetti cancerogeni.

Non a caso, nel 2017 la Food Standards Agency britannica aveva lanciato una campagna per evitare di “bruciare” i cibi e preferire una cottura “dorata”. In questo contesto, la possibilità che alcune sostanze del bambù riducano l’impatto dell’acrilammide è un’ipotesi interessante, anche se al momento ancora lontana da applicazioni concrete.

Antinfiammatorio e antiossidante (in laboratorio)

Altri risultati riguardano effetti antinfiammatori e antiossidanti, ma qui il livello di prova è più debole: si tratta infatti di test in vitro, su cellule in laboratorio. In queste condizioni, gli estratti di bambù hanno ridotto l’attività di alcune cellule immunitarie e diminuito il rilascio di molecole coinvolte nei processi infiammatori.

Sempre in laboratorio, il bambù avrebbe anche ridotto la produzione di sostanze ossidanti come il perossido di idrogeno, potenzialmente in grado di danneggiare le cellule. È un segnale che merita approfondimenti, ma che non può essere automaticamente tradotto in un beneficio per l’organismo umano.

Il rovescio della medaglia

Accanto ai possibili benefici, lo studio segnala però rischi che non possono essere ignorati.

Un lavoro ha collegato il consumo di germogli di bambù non correttamente preparati a un aumento del rischio di gozzo, cioè l’ingrossamento della tiroide. Il meccanismo sarebbe legato alla presenza di glicosidi cianogenici: sostanze che l’organismo può trasformare in tiocianato, un composto in grado di interferire con l’uso dello iodio da parte della tiroide.

Il problema riguarda soprattutto chi segue diete povere di iodio o chi ha già disturbi tiroidei. La buona notizia è che il rischio può essere ridotto con una preparazione adeguata: la bollitura in acqua è indicata come metodo utile per rendere il prodotto più sicuro.

Un altro nodo riguarda la contaminazione da metalli pesanti. In diversi campioni analizzati sono stati trovati arsenico, cadmio e piombo, sostanze che possono comparire in tracce in molti alimenti. Nella maggior parte dei casi i livelli erano entro i limiti, ma in 21 campioni il piombo è stato rilevato fino a 4,6 volte oltre le soglie consentite.

Gli autori sottolineano che, nei test di laboratorio, queste concentrazioni non hanno mostrato effetti dannosi sulle cellule, un dato che potrebbe dipendere dalla biodisponibilità reale dei metalli. Ma resta un segnale di allerta: la qualità del prodotto e la provenienza contano.

Poche certezze, ma un tema che crescerà

Gli stessi ricercatori dell’Anglia Ruskin University insistono su un punto: l’interesse per i germogli di bambù è in crescita, ma la scienza al momento è ancora troppo fragile per trasformare l’alimento in un “superfood” a tutti gli effetti.

Le sperimentazioni su esseri umani sono poche e, pur giudicate complessivamente “soddisfacenti”, non permettono conclusioni definitive. Anche per questo, la revisione invita a non confondere segnali preliminari con certezze.

In prospettiva, però, il bambù potrebbe diventare un alimento interessante: è sostenibile, ricco di fibre e contiene composti bioattivi che meritano ulteriori studi. Ma come spesso accade, tra moda e salute la differenza la fanno i dati. E, per ora, i dati sono ancora pochi.