
Un’ampia indagine tedesca rassicura sulla presenza di micotossine in vino e succo d’uva. I livelli sono bassi e sotto i limiti. Ma resta la preoccupazione per il Tfa, contaminante persistente della famiglia dei Pfas
Una buona notizia per chi ama il vino e il succo d’uva arriva dalla Germania. Un’ampia campagna di controlli condotta negli ultimi anni mostra che, sul fronte delle micotossine, i prodotti a base di uva non sembrano oggi rappresentare un rischio concreto per i consumatori europei. Ma non è l’unico fronte aperto: altre contaminazioni, molto più persistenti, continuano a preoccupare.
cosa hanno trovato i laboratori tedeschi
Il laboratorio pubblico CVUA di Sigmaringen, attivo nei controlli ufficiali sugli alimenti, ha analizzato 203 campioni complessivi:
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109 vini e spumanti (rossi, bianchi e bollicine)
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94 succhi d’uva, bianchi e rossi
I campioni sono stati raccolti e analizzati dal 2019 alla fine del 2025, un arco temporale ampio che consente di fotografare una situazione non episodica ma strutturale.
L’obiettivo era verificare la presenza delle principali micotossine, le tossine prodotte da muffe che possono svilupparsi sull’uva in campo oppure durante lo stoccaggio e la trasformazione. Sostanze che, una volta formate, resistono ai normali processi di vinificazione e possono arrivare fino al bicchiere.
Micotossine sì, ma a livelli bassi
Il dato più importante è che in circa l’80% dei campioni sono state rilevate micotossine, ma sempre a concentrazioni basse.
Le sostanze più frequenti non sono quelle storicamente più temute, come l’ocratossina A, bensì le cosiddette tossine di Alternaria, considerate “emergenti” perché solo negli ultimi anni sono finite sotto la lente dei ricercatori.
Nel dettaglio:
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le tossine di Alternaria sono state trovate in oltre l’80% dei vini e in circa l’81% dei succhi d’uva;
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le più comuni sono risultate l’acido tenuazonico (TEA) e l’alternariolo (AOH);
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altre tossine, come AME, tentossina e altenuene, sono state rilevate solo sporadicamente.
Le concentrazioni, però, restano contenute:
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l’AOH è sempre rimasto sotto i 10 µg/kg;
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il TEA ha mostrato un valore massimo di circa 140 µg/kg, ma oltre il 90% dei campioni era sotto i 25 µg/kg.
Per dare un ordine di grandezza, si tratta di livelli inferiori ai valori guida utilizzati per altri alimenti, anche se per vino e uva non esistono ancora limiti ufficiali per queste sostanze.
Ocratossina A: sotto i limiti di legge
Ancora più rassicurante il capitolo sull’ocratossina A, una micotossina ben nota per i suoi effetti tossici sui reni e per il potenziale cancerogeno.
È stata rilevata in meno del 5% dei campioni, sia nei vini sia nei succhi d’uva. E, soprattutto, nessun campione ha superato i limiti massimi fissati dalla normativa europea. Nessuna irregolarità, nessun prodotto da ritirare.
Un risultato che conferma come i controlli lungo la filiera e le pratiche di vinificazione abbiano ridotto in modo significativo un rischio che in passato aveva sollevato più di un allarme.
Perché si studiano le tossine “emergenti”
La presenza diffusa delle tossine di Alternaria non viene comunque ignorata. Proprio perché mancano dati sufficienti sulla loro tossicità a lungo termine, i laboratori pubblici stanno raccogliendo informazioni per alimentare future valutazioni del rischio e, eventualmente, nuove regole europee.
Per ora, i numeri indicano che non siamo di fronte a un’emergenza sanitaria, ma a un fenomeno da monitorare. Un approccio prudente, coerente con il principio di minimizzazione delle contaminazioni.
L’altra faccia del calice: il nodo TFA
Se le micotossine sembrano oggi sotto controllo, un’altra contaminazione racconta una storia molto meno rassicurante: quella del TFA (acido trifluoroacetico).
Il TFA non nasce da muffe o cattive pratiche agricole. È un contaminante ambientale persistente, appartenente alla famiglia dei PFAS, i cosiddetti “inquinanti eterni”. Arriva nel vino attraverso l’acqua, il suolo e l’ambiente, come conseguenza indiretta dell’uso di pesticidi fluorurati e gas industriali.
Le analisi condotte negli ultimi anni sui vini europei e quelle più recenti del Salvagente sul Prosecco e mostrano un dato inquietante: il TFA è ormai presente in modo diffuso nei vini europei, con concentrazioni che aumentano nettamente nelle bottiglie più recenti. Nei vini prodotti prima della fine degli anni Ottanta era assente; oggi, in molti casi, supera i 100 microgrammi per litro, con punte ben più elevate.
A differenza delle micotossine:
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il TFA non si degrada;
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si accumula nell’ambiente;
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non esistono limiti specifici per il vino;
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le conoscenze sugli effetti a lungo termine sulla salute sono ancora incomplete.









