I purificatori d’aria funzionano contro il Covid, perché non adottarli nelle scuole?

PURIFICATORI D'ARIA

Sono diventati per lunghi mesi i protagonisti delle vendite in tutto il mondo. E dopo l’estate, c’è da scommetterlo, ricominceranno a popolare gli scaffali dei grandi negozi di elettrodomestici e quelli virtuali dell’e-commerce.

Parliamo dei purificatori d’aria, apparecchi che grazie al Covid, hanno segnato solo lo scorso anno un incremento di vendite del 57% negli Stati Uniti e un successo con cifre molto simili anche in Europa. Un boom di acquisti, ovviamente, trainato dall’esigenza di frenare la diffusione del coronavirus negli ambienti chiusi. Ma i purificatori d’aria possono davvero contribuire a limitare la diffusione della pandemia? Una domanda che ci siamo fatti in molti e la cui risposta è interessante per capire come potremo limitare i contagi quando la stagione estiva e il tempo che passeremo all’aperto sarà conclusa. Oltre che areare costantemente gli ambienti domestici, di lavoro e di scuola, infatti, questi apparecchi potrebbero rivelarsi molto utili. A patto di funzionare.

I purificatori d’aria funzionano contro il Covid?

In aiuto ci viene un lungo lavoro di testing di Consumer Reports, rivista dei consumatori nordamericani molto affidabile e certamente indipendente dai produttori.

I purificatori con con filtri HEPA, spiega la rivista, possono catturare il 99,97% delle particelle di 0,3 micron (molto più piccole del diametro di un capello umano)

Migliorano, dunque, la qualità dell’aria interna da inquinanti come polline, polvere, muffe e fumo la cui esposizione a lungo termine, secondo l’Environmental Protection Agency (Epa), è collegata a bronchite, ridotta funzionalità polmonare e morte prematura.

I purificatori d’aria con filtri HEPA, conclude il giornale dopo averne testati molti modelli nei propri laboratori: “Sono in grado di catturare molte delle particelle nocive, tra cui polline, peli di animali domestici, polvere e persino fumo di incendi e, sì, il coronavirus se qualcuno a casa tua è malato di COVID-19″.

Questione di aerosol

Nei laboratori di Consumer Reports sono stati valutati i modelli di purificatori d’aria sulla loro impostazione più alta e più bassa per la rimozione di particelle fino a 0,1 micron e fino a 1 micron. E si è scoperto che i filtri HEPA, con la loro intricata rete di fibre, fanno il miglior lavoro nel rimuovere le particelle problematiche, dalla polvere al fumo ai peli. I migliori purificatori d’aria dei test CR fanno un ottimo lavoro nel ridurre polvere, fumo e polline quando sono impostati alla velocità massima e ricevono un punteggio Eccellente o Molto buono quando sono impostati alla velocità più bassa.

Più aria può aspirare un purificatore, migliore sarà ovviamente la riduzione della quantità di goccioline di coronavirus nell’aria. Si stima che le particelle di COVID-19 siano comprese tra 0,06 e 0,14 micron, una dimensione che i filtri HEPA hanno dimostrato di essere in grado di catturare. Ma poiché le particelle viaggiano all’interno degli aerosol, che sono più grandi, aumenta la possibilità che un filtro HEPA possa bloccare il contagio aereo. L’EPA avverte che di per sé la pulizia dell’aria non è sufficiente per proteggere le persone dall’ammalarsi di un virus, ma se qualcuno in casa, al lavoro o a scuola è malato di COVID-19, l’uso di un purificatore d’aria HEPA può aiutare a impedire agli altri di ammalarsi.

Perché dunque, non dotarne anche le aule delle nostre scuole, ad esempio, per evitare che il ritorno in presenza divenga occasione di contagi e delle ennesime decisioni di didattica a distanza?

Riaperture in sicurezza

L’esigenza di dotare i luoghi chiusi di questi apparecchi non sfugge, ovviamente, a chi lavora in questo campo. Tanto che Andrea Casa, Chairman dell’International Affairs Committee e membro del Consiglio di Amministrazione di NADCA (National Air Duct Cleaners Association) e Presidente Emerito di A.I.I.S.A. (Associazione Italiana Igienisti Sistemi Aeraulici), si chiede: “mi interrogo sulla motivazione per cui tra i numerosi Bonus messi a disposizione per sostenere la ripresa, dalla mobilità all’edilizia, non siano stati contemplati incentivi che, indipendentemente da aspetti legati al solo risparmio energetico, possano favorire l’acquisto di impianti di ventilazione, l’ammodernamento di quelli esistenti o laddove necessario, strumenti di depurazione dell’aria, anche da parte di attività aperte al pubblico?”.

Prosegue Casa: “Ora più che mai, infatti, oltre alle prestazioni energetiche, occorre prendere in considerazione la reale capacità dell’impianto di assicurare le migliori condizioni in termini di salubrità dell’aria e come potenziarla, qualora queste risultino inadeguate”.

Il presidente di A.I.I.S.A. chiarisce: “Se vogliamo evitare gli errori del passato e riaprire in via definitiva, è necessario ripensare il concetto di controllo della qualità dell’aria indoor, a favore di un cambio di paradigma, per l’affermazione di buone prassi in termini di Indoor Air Quality, quale modalità preventiva per mitigare la trasmissione di malattie infettive. Un argomento su cui, peraltro, si sono recentemente espressi 39 scienziati di tutto il mondo sulla rivista Science.” Prosegue Andrea Casa: “Abbiamo ormai le evidenze di come l’incidenza del virus risulti notevolmente depotenziata all’esterno o in presenza di adeguate fonti di aerazione. PTra le ultime prove concrete vi sono i dati emersi sul maxi-assembramento dei tifosi interisti in Piazza Duomo a Milano, a seguito del quale non è avvenuto l’aumento dei casi che tutti temevano. Possiamo considerarlo come una sorta di ‘esperimento scientifico’ che invita a riflettere sulle dinamiche di contenimento della trasmissione anche nei luoghi confinati. Come? Attraverso un impianto privo di circuiti di ricircolo e dotato di un adeguato tasso di ventilazione è possibile eliminare le particelle virali al 99%. I numeri parlano da sé: aumentandone la frequenza, tale percentuale viene raggiunta in 35 minuti con 8 ricambi d’aria all’ora, in 28 minuti con 10 e in 23 minuti con 12”.

Un documento recentemente pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della SanitàRoadmap to improve and ensure good indoor ventilation in the context of COVID-19, parte proprio da questo punto e illustra come gli ambienti affollati e confinati siano i luoghi ideali per incrementare la catena di trasmissione. Ecco perché, continua il documento, servono adeguati sistemi di ventilazione, che comunque non esimono dalle misure preventive ormai note.