Branzini o orate, il lato oscuro degli allevamenti greci

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L’Italia è uno dei massimi consumatori di pesce in Europa, con un consumo medio pro capite di 31,02 kg di pesce ogni anno (la media europea invece è di 24,36 kg l’anno, dati 2018). Secondo l’Associazione piscicoltori italiani, in Italia circa il 92% delle orate consumate, in pescheria, al supermercato o al ristorante, sono d’allevamento. Di queste, circa il 30% viene prodotto negli allevamenti italiani, mentre il restante 70% è di importazione, in particolare da Grecia e Turchia. I minori standard degli allevamenti sono uno dei fattori che permettono al paese ellenico, così come alla vicina Turchia, di produrre ed esportare il pesce a un prezzo più contenuto rispetto ad altri produttori europei. Non senza conseguenze per il benessere di questi pesci. Nel numero di aprile del Salvagente (che si può acquistare anche qui) abbiamo pubblicato una lunga inchiesta firmata da Francesco De Augustinis in cui si focalizza sull’impatto ambientale di questi allevamenti.

Le gabbie galleggiano sulla superficie del mare a pochi metri di distanza da noi. Anche dalla riva si vedono bene le strutture, una ventina di cerchi di 20-30 metri di diametro, ognuna che nasconde sotto la superficie dell’acqua delle reti che contengono centinaia di migliaia di pesci, in alcuni casi spigole, in altri orate. Siamo a Mytikas, un piccolo villaggio che si affaccia su un golfo nel mar Ionio, nella costa occidentale della Grecia. Il paesaggio e il mare fanno di questo luogo un paradiso in terra, per le acque cristalline, i villaggi con le mura incrostate di sale e montagne rocciose a fare da sfondo.

A vedere tanta bellezza è facile capire per quale motivo la sempre più massiccia presenza di allevamenti ittici stia creando da anni attriti fortissimi in questi territori vocati al turismo e alle attività di pesca tradizionali.

Quest’area, la costa occidentale della regione di Etolia-Acarnania e le vicine isole di Kalamos e Kastos, è costellata da allevamenti in mare prevalentemente di spigole e orate. Questo è uno dei luoghi dove si concentrano gli allevamenti in mare in Grecia: nella regione del Peloponneso-Mar Ionio sono censiti 109 allevamenti, che producono circa un terzo della produzione nazionale di spigole e orate, ovvero 120mila tonnellate nel 2020. La Grecia è il principale produttore in Europa e esporta oltre l’80% della sua produzione, soprattutto verso l’Italia (circa 39mila tonnellate l’anno).

Ma la concentrazione di allevamenti ha creato tensioni tra gli abitanti di questa regione, per l’impatto ambientale sugli ecosistemi costieri. Tutti gli allevamenti che abbiamo visto in Grecia, in Etolia come nella vicina regione dell’Epiro, a Nord di Igoumenitsa, sono costantemente situati a pochi metri dalla costa, all’interno di golfi o di aree di mare molto chiuse, ed è proprio questa distanza ravvicinata uno dei principali problemi legati all’impatto ambientale.

“I primi allevamenti ittici furono costruiti negli anni 80 in baie chiuse, vicino alle città e vi rimangono ancora oggi”, afferma Angelina Metaxatou, ex funzionaria della direzione per la pesca del ministero per l’Agricoltura greco.

Bombe ecologiche

Secondo uno studio del 2011 svolto in alcuni allevamenti di spigole e orate in Grecia, un impianto che produce 100 tonnellate di pesce scarica in mare 9 tonnellate di nitrati, che finiscono sul fondo o dissolte nelle acque insieme ad altri “scarti” come il fosforo. Questo carico di nutrienti che dalle gabbie si riversa nell’ambiente proviene dai mangimi artificiali utilizzati per nutrire i pesci e dagli effluenti organici prodotti dagli animali.

Diversi studi concordano sul fatto che un simile carico di nutrienti vicino alle coste può compromettere l’equilibrio dell’ambiente. Già nel 2003 uno studio condotto in Sardegna rivelava che “nel Mediterraneo lo sviluppo dell’acquacoltura lungo le coste appare come un elemento di disturbo degli ecosistemi costieri, in particolare alla prateria di Posidonia oceanica”. Ancora nel 2020, una nuova ricerca pubblicata su Nature parlando di acquacoltura spiegava che “l’eccessivo fosforo nelle acque interne e costiere è stato riconosciuto ampiamente come il principale responsabile dell’eutrofizzazione, che degrada la qualità delle acque, riduce la biodiversità, altera la dinamica degli ecosistemi, dà origine alle zone morte”.

Secondo Metaxatou per ridurre l’impatto degli allevamenti dovrebbero essere utilizzate “costose gabbie offshore, ancorate a grandi profondità (oltre i 40 metri) in mare aperto, fuori dalle baie e lontano dalla riva o dagli insediamenti”. In questo modo, afferma la biologa, le correnti marine permetterebbero di disperdere il carico organico in mare, riducendo l’impatto sulle zone costiere.

Invece che favorire la delocalizzazione, però, il governo greco dal 2011 ha incluso quest’area in un Piano strategico per lo sviluppo dell’acquacoltura. Il piano prevede in tutta la Grecia la creazione di 25 aree di espansione per l’allevamento ittico in mare, e assegna a quest’area (denominata “Echinadi e Etolia”) 10 aree produttive per una superficie di 41.180 acri, la maggior parte delle quali (il 70 per cento) sono espansioni degli allevamenti negli stessi identici siti dove si trovano oggi.

“Nella costa occidentale dell’Etolia-Acarnania viene applicato un modello di itticoltura obsoleto, dove le strutture sono situate in prossimità delle rive, in zone a bassa circolazione d’acqua, per permettere bassi costi di investimento e di manutenzione”, sostiene Anastasia Milou, ricercatrice dell’Istituto per la Protezione marittima “Archipelagos”, che ha studiato l’impatto ambientale degli allevamenti come consulente scientifica del comune greco di Xiromero.

La creazione di “zone di sviluppo per l’acquacoltura” (Aza) è un modello ideato e supportato dalla Fao, ma a condizioni ben precise. “Devi investire molto, non puoi prendere un pezzo di carta e dire: ok, questo poligono è per l’acquacoltura”, afferma Alessandro Lovatelli, della divisione acquacoltura della Fao. “Se parliamo di gabbie in mare, deve esserci una certa profondità, devono esserci determinate correnti. Quindi c’è molto lavoro da fare per allocare queste zone di sviluppo dell’acquacoltura. E chi l’ha fatto fino ad ora? In realtà non molti”.

A complicare la situazione in Etolia c’è il fatto che l’area designata per l’espansione degli allevamenti coinvolge tre zone protette della rete europea “Natura 2000”, tutelate per la presenza di Posidonia o per la ricchezza di biodiversità.

“Ironicamente, oggi quest’area protetta ospita davvero poca della megafauna che sarebbe il principale motivo per la sua creazione. Le popolazioni di megafauna, in particolare i delfini che sono una specie indicatore, hanno sofferto e sono collassate negli ultimi 20 anni”, afferma il biologo e ambientalista Theodore Karafkis in un dossier pubblicato nel 2018 sulla rivista Biodiversity. “Riteniamo che questi cambiamenti siano da attribuire – in parte o del tutto – all’inquinamento antropogenico, indubbiamente aumentato dagli anni 80. È importante notare che nello stesso periodo, gli allevamenti sono sorti rapidamente dentro l’area che oggi è protetta o nell’area circostante”.

Rischio chimico

Negli ultimi anni l’ostilità della popolazione agli allevamenti è stata alimentata anche da una serie di denunce sull’utilizzo frequente della formaldeide, una sostanza cancerogena che viene dissolta in acqua e usata nelle gabbie per contrastare la presenza di parassiti, che proliferano grazie all’alta densità in cui vivono i pesci.

Nell’isola di Poros, nel golfo Saronico, un allevamento di spigole e orate è stato multato nel 2012 dall’Ispettorato greco per l’ambiente per “l’utilizzo fuori controllo” della formaldeide nelle gabbie.

Nonostante l’infrazione, nel 2014 lo stesso allevamento ha ottenuto una nuova licenza per altri 10 anni di attività. Nel 2015 l’attività è passata sotto la proprietà di Selonda, azienda che fa parte del Gruppo Andromeda, il principale produttore ittico in Grecia. Proprio in questo sito, a Poros, il governo greco ha istituito un’altra “Area strategica per l’espansione dell’acquacoltura” che, negli attuali piani, dovrà impegnare un’area di 6.000 acri su terraferma e 2.690 acri in mare.

“Secondo quanto si legge nello studio di impatto ambientale di quest’area di espansione, ogni giorno verranno scaricate in mare 14,8 tonnellate di feci (che corrispondono a quelle scaricate da una città di 33.500 abitanti)”, accusa l’amministrazione del Comune di Poros. “Inoltre nei prossimi cinque anni l’ente di gestione (cioè l’azienda stessa) avrà la possibilità di aumentare ancora le dimensioni dell’area, o creare altre aree di sviluppo. L’ente è anche l’unico responsabile del controllo ambientale e dell’assegnazione di terreni pubblici alle aziende di piscicoltura attive (cioè se stesso)”.

Interrogata sull’utilizzo regolare della formaldeide negli allevamenti in mare, Fotini Arabatzis, il vice ministro greco per lo Sviluppo rurale e l’alimentazione, nel 2020 ha detto al Parlamento greco che “l’uso della formaldeide come farmaco veterinario è autorizzato per diverse specie, è sicuro e non lascia residui nei tessuti, perché si tratta di una sostanza molto volatile”.

Anche il benessere animale è a rischio

Proprio su allevamenti come questi, almeno da tre anni punta l’attenzione Essere Animali con diverse inchieste video in cui denunciano le precarie condizioni degli allevamenti, l’assenza di pratiche per la tutela del benessere animale, sia nelle fasi di allevamento che in quelle di macellazione, e l’uso frequente e sistematico di antibiotici, per contrastare epidemie legate all’alta densità in cui vivono gli animali.Da ultima questa che l’associazione prende nota proprio oggi: nel video (che si può guardare a questo link) gli investigatori di Essere Animali hanno ampiamente documentato la fase di uccisione degli animali, che avviene in maniera violenta e dolorosa. Le immagini mostrano branzini e orate ammucchiati gli uni su gli altri all’interno di reti, dove sono schiacciati dal peso degli altri pesci intrappolati. Una volta estratti dall’acqua, vengono letteralmente scaricati, ancora vivi, in contenitori riempiti di acqua e ghiaccio, in cui si contorcono e feriscono nel tentativo di fuggire, come dimostra il sangue nelle vasche. La perdita di coscienza non è immediata: branzini e orate possono soffrire per decine di minuti prima di morire di congelamento e asfissia.

Il Regolamento (CE) n. 1099/2009 relativo alla protezione degli animali durante l’abbattimento indica che, al momento dell’uccisione, ai pesci devono essere risparmiati ‘dolori, ansia o sofferenze evitabili’. L’immersione in acqua e ghiaccio senza stordimento preventivo è una procedura che causa stress ed enorme sofferenza per i pesci; Organizzazione mondiale della sanità animale (OIE) e Commissione Europearitengono che sia lesiva del benessere animale.

Nonostante sia una chiara violazione delle norme internazionali dell’OIE, l’asfissia in acqua e ghiaccio è il metodo più comune utilizzato per abbattere branzini e orate non solo in Grecia, ma anche negli altri stati dell’UE – Italia compresa.

“Dalle nostre immagini è evidente che l’assenza di stordimento in fase di uccisione continui a provocare sofferenza ingiustificata ai pesci, esseri senzienti in grado di provare dolore e paura. É da anni che la nostra organizzazione documenta pratiche di macellazione crudeli come l’asfissia in acqua e ghiaccio, anche in allevamenti italiani”, commenta il presidente Simone Montuschi.

Nel video si vedono decine di gabbie collocate a ridosso della costa, ciascuna con centinaia di migliaia di pesci stipati al loro interno. Branzini e orate possono trascorrere fino a 2 anni in queste strutture spoglie e sovraffollate, dove nuotano in cerchio senza meta. Privati di stimoli e dello spazio necessario per muoversi liberamente, sono impossibilitati a manifestare i propri comportamenti naturali.

Il sovraffollamento è fonte di stress cronico per i pesci e ha conseguenze nocive per la loro salute, oltre a deteriorare la qualità dell’acqua e a favorire la trasmissione di malattie. Le immagini rilasciate dall’organizzazione mostrano pesci morti che galleggiano in superficie: in fase di accrescimento il tasso di mortalità per branzini e orate allevati nel Mediterraneo può raggiungere il 15-20% – come affermato anche dagli operatori degli allevamenti investigati. Metà delle morti è causata dalla diffusione di malattie.