Sui reati alimentari il governo fa marcia indietro

REATI ALIMENTARI

Di solito certi blitz sono tipici delle calde notti estive, quando nelle stanze pressoché deserte dei ministeri vengono partorite norme che difficilmente passerebbero alla luce del giorno. Evidentemente il 2 febbraio scorso c’è chi ha pensato che il clima da incipiente lockdown in cui erano immersi milioni di italiani potesse essere favorevole a un colpo di mano sulla legislazione alimentare in stile agostano.

È così, forse, che è stato partorito il decreto legislativo 27/2021 nel quale era prevista, tra le altre cose, la depenalizzazione dell’articolo 5 della legge 283 del 1962. 

Di cosa stiamo parlando? L’articolo 5 vietava la vendita di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione o con cariche microbiche superiori ai limiti o invase da parassiti o con l’aggiunta di additivi chimici non autorizzati o che contengano residui chimici  tossici per l’uomo. E considerava doverosamente tali atti come un reato. Con l’entrata in vigore del nuovo decreto legislativo – prevista per il 26 marzo – questi fatti sarebbero invece divenuti perseguibili solo a titolo di illecito amministrativo pecuniario, estinguibile con poche migliaia di euro.

La notizia, sarebbe probabilmente sfuggita ai radar dell’informazione nazionale se non fosse stato per Aldo Natalini, ora magistrato in Cassazione ma per anni titolare di inchieste alimentari importanti, come quelle sulle truffe dell’extravergine o sulle adulterazioni del pesce. È stato Natalini a raccontare su il Sole 24Ore del 16 marzo quanto deciso dal governo e uscito in Gazzetta Ufficiale cinque giorni prima. 

Nel silenzio generale il Salvagente ha immediatamente dato seguito alla denuncia di Natalini, con una serie di articoli e di interviste di Valentina Corvino che ha raccolto le prese di posizione di chi ha raccontato i rischi di una manovra di questo genere. Tra questi l’ex procuratore di Torino Raffaele Guariniello e il magistrato del gruppo “Tutela degli ambienti di lavoro, dei consumatori e dei malati” della Procura di Torino, Vincenzo Pacileo.

L’indignazione è inevitabilmente montata, altri giornali hanno ripreso la notizia, e il governo è stato costretto a correggere il maldestro tentativo di depenalizzazione. Con un articolo del Dl Sostegni (presente nella bozza visionata dal Salvagente prima dell’approvazione del decreto) il ministero della Giustizia ha “abrogato l’abrogazione”, in sostanza facendo rientrare in vigore l’articolo 5 della legge del 1962.

Un intervento in extremis e d’urgenza basato sull’ovvia costatazione (così hanno scritto gli uffici del ministro Cartabia) che l’abolizione avrebbe lasciato i cittadini privi di tutele importanti per la loro salute. 

Questione risolta? Non proprio e probabilmente non definitivamente. 

Il dubbio – in noi e in molti lettori – è su quali motivazioni siano alla base dell’idea balzana di depenalizzare le adulterazioni alimentari, partorita a quanto risulta al Salvagente nelle stanze della direzione del ministero della Salute con la più classica delle scuse (“Ce lo chiede l’Europa”). 

C’è chi ci vede la “manina” dell’industria alimentare che già in passato aveva provato blitz del genere, poi bocciati dalla Cassazione. Noi crediamo che si tratti di interpretazioni maliziose: chi fa made in Italy con controlli rigorosi e garanzie serie per la salute dei consumatori, infatti, non dovrebbe avere interesse a competere in un mercato selvaggio, dove è più probabile che vincano i più forti e coloro che hanno meno scrupoli. 

Ci sbagliamo?